
portfolio review
Progettualità in fotografia
Il workshop Progettualità in fotografia è organizzato nel corso di una giornata di studi e mira a formare in ambito di progettualità del lavoro in ambito fotografico.
Il workshop comprende i seguenti moduli:
• Cosa è la narrazione fotografica
• Progettualità come Struttura
• I percorsi possibili dal Problema alla Soluzione
• Destinazioni d’uso del proprio lavoro
• fare il giusto editing
• Case History
• Speech
Cosa impari
Durante il workshop saranno analizzati argomenti relativi alla struttura delle differenti fasi progettuali per costruire la forma mentis necessaria a gestire le pratiche professionali e le aspirazioni creative degli autori partecipanti.
Saranno analizzate strategie di problem solving ed esaminate le differenze di approccio da attuare in base alle destinazioni d’uso del proprio lavoro.
Saranno altresì presi in esame l’importanza di un editing adeguato e la capacità dell’autore di destreggiarsi in ambiti diversi, fra festival, concorsi e redazioni giornalistiche. Non mancheranno case history di autori – già noti e giovani professionisti – chiamati a portare la loro esperienza acquisita sul campo.
A chi è rivolto
Giovani fotografi e autori che vogliono intraprendere il percorso professionale.

Carlo Traini
Classe 1964, Carlo Traini durante il servizio di leva inizia ad appassionarmi ai linguaggi dell’arte, ma solo dopo il 1985 comincia a nutrire una particolare curiosità verso la pittura e la fotografia.
Il primo approccio è breve, smette quasi subito di usare una vecchia fotocamera, la Praktica BC1, dopo aver sviluppato una ricerca personale attraverso pochissimi rullini bianco e nero (ricerca conclusa poi nel 1997), dopo qualche caricatore Polaroid, esperimenti con teli serigrafici e dopo l’incontro con un fotografo icona del XX secolo, Mario Giacomelli. Con l’arrivo degli smartphone torna la passione per la fotografia, anche grazie all’avvento dell’app Hipstamatic, la cui filosofia originaria ha rappresentato la risposta a quanto non riusciva a realizzare con la fotografia analogica, né con la pittura, procedimento quest’ultimo troppo lento per il suo modo vorace di intercettare immagini. Inizia così a catturare le fotografie durante le conversazioni al telefono o attraverso il finestrino dell’auto, elaborando l’immagine in pochi secondi, direttamente sul posto, accettando tutti i limiti e le restrizioni del caso. Traini chiama il suo modo di fotografare Fotoequivalenze perché, spiega “le immagini, prevalentemente realizzate nel corso di conversazioni telefoniche, sono figlie di quel poco di libero arbitrio oggigiorno esercitabile ed equivalgono al mio stato d’animo in rapporto con il mio caos interiore; tutto questo sempre esprimendo una ricerca metafisica non disgiunta da una sperimentazione estetica personale”. (dal progetto Cosmocolor) “Uso lo smartphone perché la sua fotografia non vuole essere mai un resoconto del reale, ma un racconto improvviso, dettato dall’istinto delle mie percezioni che sorvegliano la mia anima”. (dal progetto SIDERA) (dal progetto Skin Care) iphonephoto-carlotraini.com

Crossing the Balkans
Mostra di Matteo Placucci A cura di Loredana De Pace (Mostra presentata al festival Colorno Photo Life 2021) Guardando questa esposizione anche tutti voi visitatori sarete immediatamente catapultati nei contesti geografici e umani che Matteo Placucci racconta nel testo che leggerete più avanti sulle dinamiche sociali e geografiche che sottendono al progetto Crossing the Balkans. La rassegna di umanità raccolta dall’autore in queste fotografie riguarda volti provati ma decisi, situazioni che rasentano l’assurdo e l’inumano, ambienti diroccati, simboli necessari – dall’onnipresente cellulare con le mappe del tragitto alle schede telefoniche, passando per il cannocchiale per vedere la frontiera, le tende e le file per ricevere supporto – i segnali di passaggio, di permanenza, di speranza, di coriacea volontà, di sopravvivenza, sopportazione, capacità di adattamento. E poi c’è il confine, quello stesso di cui parla il professore iraniano di Antropologia, Shahram Khosravi (migrante illegale nel 1988) nel suo libro Io sono confine che Matteo citerà all’inizio del suo contributo testuale. Tale confine si costruisce non solo visivamente, ma anche attraverso una mappatura delle esistenze di questi uomini che cercano instancabilmente di superare quel limite per raggiungere l’agognato sogno di una vita migliore. Nelle fotografie di Matteo Placucci che fra poco vedrete, vi invito come sua curatrice, a guardare i diversi livelli di lettura dei singoli scatti: anzitutto la storia umana, ovviamente. Ma questa non sarebbe così tangibile nelle scene inquadrate senza l’apporto sostanziale della luce (altro livello di lettura su cui vi suggerisco di porre attenzione), che riveste le situazioni più disparate su cui l’autore si sofferma: i profili dei volti, degli oggetti, gli interni illuminati – necessariamente – dalla luce naturale o riscaldati da qualche fuocherello acceso per cucinare. Come noi guardiamo loro, lungo il percorso, i protagonisti delle immagini dovevano guardarsi; per questa ragione l’editing è stato concepito appositamente a tale scopo, come percorso non tanto (o solo) espositivo, quanto di interrelazione umana, che permettesse di avviare un circolo virtuoso di sinergie fra le singole storie e tutti noi. Questo reportage è schietto, immersivo, poliedrico perché parla con una narrazione precisa che passa dal linguaggio del ritratto a quello del paesaggio, non dimentica i dettagli, i contesti interni e quelli in esterna che completano la documentazione logistica. C’è uno scatto che più di tutti racconta ogni passo compiuto, ogni tentativo fallito: è il ritratto di un giovane uomo che ci guarda dal centro del fotogramma, avvolto dal suo telo di plastica verde, circondato dai fiocchi di neve che oscilla nell’aria cadendo dal cielo e dal candore di quella già posata che rende tutto bianco intorno a lui. Lo sguardo è incerto, stanco ma non perde di vista il suo obiettivo. Che non siamo noi, in fin dei conti, ma il suo futuro: è a lui che si rivolge interdetto e speranzoso, cercandolo con ogni forza e provando a migliorarlo… Crossing the Balkans. ATTRAVERSO I BALCANI “Nessuno può chiudere la porta del mondo. Le migrazioni sono come un fiume: se lo blocchi da qualche parte, l’acqua troverà un’altra strada”. (Io sono confine di Shahram Khosravi) L’Unione Europea è la meta per tutti i migranti provenienti dalla rotta balcanica. Dall’esplosione di tale fenomeno migratorio, avvenuta nel 2015, su questa difficile tratta che porta i migranti in Europa via terra, sono passate centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini. Afghani, pakistani, iraniani ora, ma anche siriani, iracheni e nordafricani in passato, hanno lasciato i loro territori d’origine a causa delle difficili condizioni economiche, dei conflitti politici, etnici e religiosi, spesso a causa della mancanza di un futuro per le proprie famiglie e della carenza di lavoro. Più della metà di questi migranti sono uomini single di età che varia dai 15 ai 30 anni. Sono in viaggio da anni (alcuni anche da sei), le loro famiglie hanno investito migliaia di euro in questa traversata che li ha portati a oltrepassare illegalmente i confini degli stati che hanno incontrato; hanno attraversato tutta la Bosnia-Erzegovina e infine si sono stabiliti a Nord Ovest, nel Cantone dell’Una-Sana, il luogo più vicino al confine con la Croazia. Qui sono concentrati 5 campi* per richiedenti asilo, ma sin dalla loro apertura, la loro capacità di accoglienza è risultata insufficiente. Il 23 dicembre 2020, con l’incendio di uno di questi campi, il centro di ricezione temporaneo per uomini single di Lipa, si sono riaccesi i riflettori su questa area della rotta balcanica. In concomitanza con l’allontanamento volontario dell’IOM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – a causa della mancata adempienza da parte del Governo bosniaco degli accordi che prevedevano gli allacciamenti di acqua corrente, elettricità e fognature, è divampato un incendio che ha distrutto parte del campo e ha reso inutilizzabile tutto il resto. Degli oltre 2400 presenti nel campo, circa 1500 migranti hanno lasciato l’area e hanno cercato riparo nella più vicina città di Bihać, distante 30km. Per i circa 900 che hanno deciso di rimanere, il Governo bosniaco, che attualmente gestisce il campo, nelle settimane successive ha lentamente installato delle tende militari per dare riparo dalla neve e dal freddo durante la stagione invernale. Il campo rimane un luogo ostile, senza acqua corrente, situato in mezzo a una vallata fredda e ventosa, lontano da ogni tipo di centro abitato. A causa di queste condizioni, molti dei migranti scelgono di vivere in edifici abbandonati o di costruire ripari di fortuna in mezzo ai boschi. Nonostante la mancanza di acqua corrente e di energia elettrica, in questi luoghi la vita va avanti giorno dopo giorno e, con l’aiuto delle tante organizzazioni che distribuiscono cibo, vestiti e all’occorrenza medicine, i migranti si sono organizzati per cucinare, fare il pane, provvedere alla loro igiene personale, fare il bucato e riscaldarsi. La religione spesso aiuta tutti loro a rimanere mentalmente stabili: per la maggior parte mussulmani e in piccola parte cattolici, pregano quotidianamente dove possono e visitano chiese e mosche per trovare conforto dopo l’ennesimo respingimento forzato, oppure per farsi forza prima del tentativo successivo di superare il valico di frontiera. Sparsi fra le montagne al confine con la Croazia oppure in centro città come il Dom Penzjonera o il Krajina-Metal, questi edifici abbandonati danno riparo a centinaia di migranti che aspettano che passi la stagione invernale per poter ripartire e proseguire il viaggio, il cosiddetto “game”. Così viene chiamato fra i migranti quel percorso che varia dalle due alle tre settimane e che li conduce attraverso Croazia, Slovenia e infine Italia, ultimo ipotetico baluardo prima di raggiungere le destinazioni finali. Carichi di cibo, abbigliamento e sacchi a pelo, i migranti si incamminano fra la fitta boscaglia facendosi guidare dalle mappe scaricate sui telefoni cellulari. Percorrono decine di chilometri tutti i giorni in mezzo alla neve e dormono al freddo gelido senza la possibilità di accendere nemmeno il fuoco per paura di essere scoperti dalle autorità di frontiera che pattugliano le aree di confine con droni, telecamere termiche e cani. A causa del freddo, degli incidenti di percorso e delle violenze subite, alcuni non riescono nel loro intento e, purtroppo, perdono la vita. L’alternativa a questo percorso è nascondersi sotto i camion che portano la merce in Europa ma, anche in questo caso, il pericolo di essere scoperti con gli scanner ai posti di controllo è alto, e il rischio di incidenti di percorso è concreto. Ognuno di loro ha tentato almeno due volte queste vie di fuga, alcuni addirittura anche decine di volte, e il fatto che siano rappresentati in queste immagini significa che puntualmente sono stati scoperti e rimandati in Bosnia-Erzegovina forzatamente, subendo furti di tutti i propri averi, abusi fisici e psicologici e, soprattutto, patendo il mancato rispetto dei loro diritti di richiedenti asilo. Ciascuno di loro, per diversi motivi, vuole arrivare in uno degli Stati dell’Unione Europea: c’è chi vuole raggiungere parenti o familiari, chi ha amici che già legalmente o illegalmente lavorano e chi ne ha solo sentito parlare e ha investito tutto il proprio denaro e le speranze in questa difficile avventura che porta a rimanere in viaggio per anni, facendo anche lunghe soste in Paesi come Turchia e Grecia per lavorare e mettere da parte la cifra necessaria che permetterà loro di pagare lo “smuggler”, ossia il contrabbandiere che li condurrà dall’altra parte del confine. Nessuno si scoraggia al punto da interrompere il viaggio perché ciascuno di loro è focalizzato su un preciso obiettivo: raggiungere la destinazione finale per avere un futuro migliore, lavorare e poi tornare a far visita a chi è rimasto nel Paese d’origine. Matteo Placucci Bosnia-Erzegovina, Gennaio 2021 *I dati numerici si riferiscono alla finestra di tempo nella quale è stato eseguito il reportage. Ad oggi possono aver subito dei cambiamenti. Per informazioni sull’autore matteoplacucci.com

Gigi Montali
Fotografo freelance, Gigi Montali si dedica da oltre trent’anni al reportage e al paesaggio, senza disdegnare la ritrattistica. Fondatore del gruppo fotografico Color’s Light Colorno, con il quale organizza dal 2010 il festival di fotografia Colorno Photo Life. Montali è parmigiano di nascita e gli piace definirsi cittadino del mondo. Viaggia in lungo e in largo con sua moglie Lucy in aree problematiche del mondo e, contemporaneamente, allena il suo sguardo a paesaggi maestosi e incontaminati, dove l’uomo non è che una particella di polvere nella vita che scorre. Oltre alla magia delle luci, dei tramonti e dei paesaggi, immortalati con tecnica impeccabile e con la pazienza di uno sguardo lento e mai frenetico, nei viaggi che hanno riempito una gran parte della sua carriera di fotografo, Montali ha imparato a guardare da vicino il mondo e gli esseri umani che lo abitano, osservandolo per raccogliere i segnali che parlano di tutti gli esseri viventi e delle loro culture. Da inguaribile ottimista qual è, Gigi Montali sa catturare i valori che costruiscono le comunità, i gesti e le storie che caratterizzano la vita dell’uomo, individua le similitudini molto più che le differenze; ciò rende il suo soggetto d’elezione – l’essere umano nelle sue varie attività quotidiane – se non un eroe, un assoluto protagonista. Questo afflato proveniente dai suoi simili, Gigi Montali lo trasmette in immagini chiare, intrinsecamente narrative, pur distanziandosi sia dal classico reportage, sia dalla fotografia di viaggio. Montali, infatti, è un fotografo innamorato dell’umanità, della semplicità dello stare al mondo nonostante le situazioni durissime che registra nei suoi scatti: negli anni racconta gli antieroi di ogni giorno e di ogni latitudine della Terra, dal Mali alla Pianura Padana, dalle miniere di carbone ai caseifici del parmense. Resistendo alla tentazione del pietismo e della drammaticità – che pure alcune situazioni indurrebbero a registrare – per trent’anni Montali documenta la verità senza indugiare in patetismo, anzi esaltando la semplicità come strumento di sopravvivenza. Tanto nelle fotografie di Paesi lontani (che non sono percepiti né come lontani, né tantomeno come “esotici”), quanto nei progetti sull’Emilia e sulle terre del Po, Montali si rivela un fotografo di viaggio interessato alle tradizioni, consapevole che il viaggio della vita richiede uno sguardo sincero e un animo puro. Fra le principali esposizioni, ricordiamo: The hand that sabes, Galleria delle Esposizioni di Palazzo Principi a Correggio (Reggio Emilia, 2013); Verdi tra le nebbie, Piano Nobile della Reggia di Colorno (Parma, 2014); Un mondo di Donne, Sala delle Colonne presso l’Università degli studi di Parma (2017); Po, lungo il fiume, Galleria delle Esposizioni di Palazzo Principi, a Correggio (Reggio Emilia, 2016) e Tracce di Blues, Sala Espositiva Incontro di Casalgrande (Reggio Emila, 2019), MONDI UMANI (Sassoferrato, 2021). Ha pubblicato una serie di libri fotografici, fra questi: Alla ricerca di Parma (Tecnografica x AIRC, 2009), Po Lungo il fiume (Sometti, 2015), Tracce di Blues (Artigrafiche Parma 2017), MONDI UMANI (Corsiero Editore, 2021) a cura di Loredana De Pace. gigimontali.it

Ardesia: pietra silenziosa
Mostra fotografica di Francesca Donadini A cura di Loredana De Pace Ardesia: pietra silenziosa è un viaggio alla scoperta di una materia che rappresenta solidamente la cultura delle zone in cui è stata estratta nel corso della storia, la Liguria. Quello che porta alla luce l’ardesia dalle montagne liguri infatti è un lavoro lungo e laborioso, che trasforma la sostanza della pietra in forma altra, dalle molteplici applicazioni, nella vita quotidiana e nell’arte. L’ardesia resta eterna, pur mutando le sue forme grazie al sapiente lavoro dell’uomo, qui rappresentato nelle fotografie di Francesca Donadini. La mostra Ardesia: pietra silenziosa raccoglie 24 immagini di vari formati, stampate su carta fine art e applicate su dbond, e una fotografia stampata su plexiglass trasparente, unì plus che riporta la corposità dell’ardesia alla leggerezza della luce. Dalle immagini si evince la relazione fra uomo, ardesia, acqua e luce, per l’appunto. Di seguito il commento dell’autrice, Francesca Donadini che è nata nelle terre dell’ardesia: "La lavorazione dell'ardesia ha caratterizzato per secoli la Liguria, rendendo questa pietra un tratto distintivo della regione, purtroppo ormai le cave in attività sono pochissime e il mestiere sta scomparendo. Ho trovato questa realtà sopravvissuta alle regole del mercato attuale in una zona dell'entroterra ligure, Moconesi, in Val Fontanabuona dove abili artigiani sanno trasformare la grigia pietra in opera d'arte. Le fotografie raccontano l'essenza dell'ardesia, il suo legame indissolubile con l'acqua, gli strumenti per la sua lavorazione, i macchinari per il trasporto, il taglio e la levigatura e soprattutto l'abilità e la maestria degli artigiani che la trattano a regola d'arte conoscendone a fondo l’anima. Per testimoniare un'antica tradizione e scongiurarne la scomparsa". (Francesca Donadini) Per informazioni sull’autrice scrivi a loredanadepace@gmail.com

Michele Di Donato
Michele Di Donato è nato in Puglia nel 1968 e vive in Sicilia da circa vent’anni. Studia economia aziendale e comincia a lavorare come formatore PNL e Analisi Transazionale, come consulente di marketing e comunicazione. Si dedica alla fotografia sin da piccolo, all’inizio da autodidatta e poi studiandola in numerosi corsi e master. Svolge workshop in diversi contesti formativi sulla percezione visiva, la comunicazione visiva e la narrazione fotografica. Svolge workshop in diversi contesti formativi sulla percezione visiva, la comunicazione visiva e la narrazione fotografica. Le sue immagini sono state pubblicate su magazine come FOTO Cult, Cities, L’Oeil de la Photographie, Spectrum, Gente di Fotografia, Edge of Humanity Magazine Usa. I suoi scatti fanno parte di numerose collezioni pubbliche e private e sono state esposte in mostre personali in tutto il mondo. Collabora con diverse aziende come product and advertising photographer, come Air Dolomiti, BNP Paribas-Italia, SNDesign Italia. È rappresentato dalle gallerie Singulart (Parigi), Saatchi Art (New York). Il suo ultimo libro si intitola Brain Damage (TDAS Editore – Catania, 2020). micheledidonato.com instagram: @michididonato facebook: michele.didonato.16 linkedin: michele-di-donato

Matteo Placucci
“Credo fermamente che ognuno di noi sia testimone del suo tempo e che questo tempo vada documentato”. Matteo Placucci è un fotoreporter italiano classe 1983, nato sulla costa adriatica. La sua esperienza nel mondo della fotografia comincia nel 2017. Durante un lungo viaggio di due anni nell’Africa sub Sahariana, sente sempre più forte l’esigenza di raccontare quello che lo circonda e le storie di quelle persone che stavano condividendo con lui una parte della loro vita. Empatia, sensibilità e capacità di ascolto sono le pietre miliari di una fotografia che inevitabilmente si sviluppa di giorno in giorno nel suo modus operandi, e che ha potuto svilupparsi ancor più durante i suoi studi di fotogiornalismo, svolti a Roma presso Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata (ISFCI). (dal progetto Corona Veterans) Problematiche sociali, eventi politici e religiosi, conflitti ambientali e questioni legate al cambiamento climatico: questi sono alcuni degli argomenti che Matteo Placucci affianca al filo conduttore di gran parte dei suoi progetti, ossia la salute mentale e la sfera emotiva dei protagonisti delle storie che racconta. “Decidere di diventare fotografo senza aver compiuto un vero e proprio percorso accademico non è stato facile, ma questa scelta è stata dettata dalla forte necessità di documentare e testimoniare”, sottolinea l’autore. Nel 2017, scegliendo questa professione, ha deciso di diventare parte attiva in questa testimonianza. Ha esposto la sua mostra Crossing the Balkans presso il festival di fotografia ColornoPhotoLife 2021. È seguito dalla curatrice Loredana De Pace e rappresentato dall’agenzia francese Hans-Lucas. matteoplacucci.com instagram: @matteo_placucci_photography facebook: MatteoPlacucciPhotography linkedin: Matteo-Placucci

Gianbattista Uberti
Gianbattista Uberti, classe 1956, originario di Cologne (Brescia), da circa vent’anni vive a Palazzolo sull’Oglio (Brescia). Sebbene si consideri “amante della fotografia a 360 gradi, in tutte le sue forme e in ogni suo stile”, è particolarmente affascinato dal genere del ritratto e dalle luci radenti che spesso adopera nei suoi scatti. Ha esposto in numerose location e in diverse circostanze. Fra queste ricordiamo il Circuito Off del Festival di Fotografia Etica di Lodi, ed. 2021; le collettive organizzate dal Circolo Fotografico Palazzolese, a Palazzolo sull’Oglio (BS); la collettiva Scatti di danza in Franciacorta svolta nel 2016, a San Pancrazio (BS) presso le Cantine Ugovezzoli Franciacorta. Nel 2017 ha partecipato alla collettiva del circolo Iseo Immagine (Iseo) e a quella organizzata presso Villa Puricelli Guerra di Sesto San Giovanni (MI). Nello stesso anno ha esposto nelle collettive Humans 2017, a Martinengo (BG), e L’altra fotografia presso la Cantina Ferghettina di Adro (BS), con il circolo Oltre lo Sguardo di Erbusco (BS). Fra i mesi di dicembre 2017 e marzo 2018 ha tenuto una personale presso lo Speranza Caffè di Palazzolo sull’Oglio (BS); nel corso del 2018 ha partecipato alla collettiva organizzata dal Photoclub Soméanza di Casnigo (BG), durante la Biennale di Cultura Fotografica, con il tema Passioni nelle loro diverse espressioni; all’evento AMA Villa Mazzotti Edition a Chiari (BS), manifestazione che dà visibilità ad artisti emergenti, e alla collettiva dei soci del circolo Eurofotoclub di Coccaglio (BS). Nel 2019 ha esposto presso il Centro Culturale Sebinia ex Chiesa di Nigrignano a Sarnico (BG) e ha partecipato alla seconda edizione della manifestazione Immagina, quando la luce incontra la parola, a Filanda di Soncino (CR). Inoltre, è stato il fotografo ospite nel corso della serata d’autore presso il circolo Oltre lo Sguardo di Erbusco (BS). Partecipa alla mostra collettiva con i soci dell’Eurofotoclub Coccaglio (BS). Nel 2020 il suo progetto Armonia di ombre e luci viene selezionato per esporre al Circuito Off del Festival della Fotografia Etica di Lodi e Codogno. LETTURE PORTFOLIO Uberti partecipa regolarmente alle letture portfolio, considerandole momento di confronto e sviluppo dei suoi progetti. Fra le più recenti letture: Observa Street Photo Festival (2017); Dalmine Maggio Fotografia (2018); Voghera Fotografia; Festival della Fotografia Etica (2018). Giunge secondo al premio a lettura portfolio organizzato dal Ghedi Photo Festival (2018); riceve una menzione speciale in occasione delle letture portfolio Memorial Ernesto Mezzera, organizzata nell’ambito della manifestazione Observa street photo festival. A queste letture partecipa anche nel 2019. È primo classificato alla nona edizione del Portfolio Tornado di Ghedi (BS), organizzata nel 2019 dal Circolo Fotografico Lambda. Nel 2020 partecipa alle letture portfolio organizzate da MUSA, a Monza, dove incontra la sua attuale curatrice, la giornalista Loredana De Pace. Nello stesso anno partecipa alla tappa di Sestri Levante, 12° Portfolio al Mare, del Premio Portfolio Italia indetto dalla FIAF. RICONOSCIMENTI Nel corso degli anni ha partecipato a una serie di concorsi, ricevendo onorificenze di vario livello. Fra queste: secondo posto al Digitalgiro Fiaf 2017 dei circoli fotografici della provincia di Brescia; finalista al IV Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti (2018); secondo posto all’edizione 2019 del Digitalgiro Fiaf. Vince la sezione Bianco e nero del concorso fotograFARE a Bergamo città nell’ambito dell’evento Landscape Festival 2019. Il 2019 è un anno positivo per Gianbattista Uberti, infatti si classifica terzo al concorso Torre Click 2019 con l’immagine intitolata Portrait. Nel 2020 altre vittorie: primo e quarto posto al concorso a tema Ritratto in bianco e nero organizzato dal Museo Nazionale della Fotografia di Brescia e tre piazzamenti al Circuito Nazionale Audiovisivi della Diaf Fiaf (quarto nella tappa di Pescara, ottavo e miglior Idea/soggetto nella tappa di Milano). PUBBLICAZIONI Il suo progetto Armonia di ombre e luci nel 2018 viene pubblicato su Agorà di Cult, rubrica culturale del sito della Federazione Italiana Associazioni Fotografiche. gianbattistaubertiphoto.it Instagram: @giambabs

Federica Nenci
Federica Nenci è nata nel 1978 a Siena, dove vive e lavora. Fin da piccola ha coltivato la passione per la fotografia, per anni si è divertita a sperimentare come autodidatta. Dopo un periodo di fermo, riprende il dialogo con l’immagine fotografica nel 2015, dopo aver ricevuto in regalo da suo padre una fotocamera reflex. Così inizia un percorso formativo nella sua città, dove frequenta un corso di fotografia presso la Bottega delle Immagini di Gigi Lusini. Nel 2017 frequenta il corso di fotografia creativa e postproduzione presso l’associazione Sei per Sei di Stefano Vigni. Due anni dopo, presso Deaphoto di Firenze frequenta il corso di progettazione fotografica. Questa formazione le ha permesso di capire come costruire un racconto con la fotografia e fare sempre più suo il linguaggio che tuttora adopera e coltiva. È vicina ai temi del sociale e alla paesaggistica. (dal progetto Casa Clementina) (dal progetto Casa Clementina) L’editing completo del progetto Casa Clementina è visibile su facebook.com/federica.nenci

Epifanie: l’altra fisica del paesaggio
Mostra fotografica di Tina Cosmai A cura di Loredana De Pace TRE ATTI PER UN’EPIFANIA Respirate a fondo e rivolgete lo sguardo verso quella piccola poesia che avrete di fronte, visitando la mostra di Tina Cosmai. Un breve momento di concentrazione questo, utile per entrare nello stato emozionale in cui vuole accompagnarci l’autrice – Tina Cosmai – attraverso la trilogia di cui è composto Epifanie: l’altra fisica del paesaggio. La prima sensazione nel guardare le fotografie di Tina Cosmai è riassunta nella parola sospensione. Oggi più che mai siamo a conoscenza di cosa significhi essere in tale stato d’incertezza, di cosa implichi e quanto sia impegnativo affrontarlo. Eppure, proprio da una condizione di indeterminatezza ha origine il percorso di Tina e ora, attraverso questa mostra, possiamo vivere in qualche modo anche noi, tutta l’evoluzione di una molteplicità di sentimenti – dallo smarrimento alla libertà – e di concetti universali trasferiti nelle immagini. Sembra quasi normale che nel rettangolo dell’immagine un colore pastoso e indefinito rivesta le superfici – anche quelle che dovrebbero essere più sature – sbiadendole, non alla maniera in cui negli anni passati la fotografia est europea ci ha abituati, no. Quello di Tina Cosmai è il “colore” del mare della Liguria – e nello specifico della cittadina di Vado Ligure, dove l’autrice ha fotografato – che nelle giornate di macaja perde il blu e diventa quasi terroso. Dentro lo smarrimento che tale alterazione produce, ci si deve “immergere” proprio come ha fatto l’autrice, per comprendere quanto in verità sia ricco questo paesaggio che, pur sembrando vacuo, riserva una sorprendente profondità di concetto e di relazione fra le parti. Il mare fotografato da Tina risuona diversamente dall’immaginabile, ha una sostanza di immedesimazione e, soprattutto, è testimone di resilienza. Queste epifanie si rivelano solo guardando oltre il primo livello di osservazione delle immagini, tanto che nelle inquadrature compaiono pian piano le figure umane e gli oggetti, che restano su una spiaggia invernale, disvelando così tracce che ci risultano molto familiari. Resistere discretamente: questo sembra sussurrare il primo “atto” della trilogia di Tina Cosmai, intitolato Via di fuga a mare. Come è giusto che sia in un processo evolutivo, nel secondo capitolo della trilogia, intitolato Manikins, compaiono più elementi: le cromie si saturano leggermente, l’inquadratura si riempie, le dinamiche cambiano. Campeggia pur sempre una condizione di sospensione, sebbene sia mutata la sua forma, differente e più lieve rispetto al primo progetto, mutamento che ha seguito di pari passo la catarsi dell’autrice. Ad affiancare la resistente presenza umana sulla spiaggia, “invasa” in lontananza da prepotenti costruzioni industriali, stavolta si aggiungono alcune forme geometriche – la cui presenza è delicata ma decisa – scelte e collocate nell’inquadratura in specifici punti, a supporto e protezione della presenza umana sulle rive del mare. Queste geometrie rappresentano un passo in più verso il terzo e ultimo capitolo della trilogia di Tina Cosmai, il più giocoso e liberatorio: Lùdica. È una leggerezza colorata, quella che riempie le rive di Vado Ligure, stavolta. Ma il gioco, pur essendo proprio dell’infanzia, qui mescola le parti e si presenta maturo e consapevole, sia perché quest’ultimo elemento della trilogia rappresenta la conclusione di un percorso che va ben oltre quello fotografico, sia perché le iconografie giocose scelte e sovrapposte da Tina nelle sue immagini sono frutto di un’accurata ricerca e di una lunga fase di postproduzione sugli scatti originali. La connessione fra il luogo e la mente è il filo conduttore di questa trilogia, ma per estensione possiamo dire esserlo, di tutto il sentire di Tina Cosmai, quando sceglie di esprimersi attraverso la parola, sia quando chiede alla sua amata luce di entrare nelle immagini e dar loro matericità. Tina fotografa per cercare la Bellezza, perché la poesia del genius loci s’incontri con la poesia interiore che è, grazie alle singole immagini, via via sempre più libera. Le epifanie raccolte in questa mostra sono un continuo e serio ricercare, evolvere, disvelare, comprendere, approfondire, assemblare, osservare, resistere, scoprire, gioire, liberarsi. “Dov’è finito il colore del mare?” Abbiamo chiesto all’autrice. Ma il mare ha molte anime, e con esse, molti colori. Quello della ricerca interiore, profonda e struggente; quello della resistenza di ognuno di noi, inquadrato nel luogo al quale impara ad appartenere e da cui non fugge; e infine quello della gioia e della liberazione, frutto di un trascorso lungo, impegnativo e necessario. Epifanie. L’altra fisica del paesaggio di Tina Cosmai ci accompagna, mano nella mano, con fermezza in questo viaggio.

COME (e perché) FARE UNA FANZINE
Un workshop di Loredana De Pace 25 settembre 2021 In occasione del festival di fotografia Colorno Photo Life che si terrà dall'11 settembre all'8 dicembre 2021 a Colorno (PR), si svolgerà il workshop dedicato al mondo fanzine COME (e perché) FARE UNA FANZINE. Una giornata di teoria e pratica dedicata alla progettazione e realizzazione di una fanzine fotografica. SCHEDA TECNICA WORKSHOP COME (e perché) FARE UNA FANZINE Una giornata di teoria e pratica dedicata alla progettazione e realizzazione di una fanzine fotografica DOCENTE: Loredana De Pace DURATA: una giornata DOVE: Colorno Photo Life 2021 QUANDO: 25 settembre INFO COSTI: scrivi a loredanadepace@gmail.com Per iscriverti, invia una mail a info@colornophotolife.it Per informazioni consulta il sito del festival alla pagina colornophotolife.it/workshop.aspx COME È ANDATA Nelle immagini che seguono, alcuni scatti realizzati durante la giornata di workshop dedicato alle fanzine che si è svolta il 25 settembre 2021 presso il MUPAC - Aranciaia di Colorno, in occasione del festival di fotografia ColornoPhotoLife. GRAZIE A TUTTI I PARTECIPANTI! Nel video, la fanzine prodotta da Cristina Vanoli, una delle fotografe che hanno partecipato al workshop. Alcune delle foto adoperate sono del giovane fotografo Matteo Santacroce. In questo video, la fanzine prodotta da Isabella Tholozan. Le fotografie adoperate sono del fotografo Carlo Traini.

Sarà Autoritratto?
Workshop teorico/pratico sull’autoritratto Docente: Loredana De Pace Date: 2/3 aprile 2022 Il workshop Sarà autoritratto ha come obiettivo la creazione di un autoritratto realizzato con la massima consapevolezza possibile in termini di linguaggio espressivo e di conoscenza dei precedenti esempi realizzati in ambito fotografico. Si svolgerà in due giorni, durante il week end del 2 e 3 aprile 2022. Sono previste due giornate: la prima dedicata alla teoria, nella quale saranno analizzate le possibili declinazioni del “fare autoritratto” – dal passato al presente e con gli orientamenti più vari – sia per approfondire la conoscenza del tema, sia per aiutare i partecipanti a individuare il proprio stile. Nella seconda giornata, la mattina si svolgerà una sessione di posa di autoritratti in location specifiche della città di Monza, mentre nel pomeriggio analizzeremo insieme i risultati degli scatti eseguiti. Info e iscrizioni:
musafotografia.it/autoritratto.html

Blu Mare
Mostra fotografica di Sabrina Genovesi A cura di Loredana De Pace Un intreccio mesto e gioioso, di blu d’acqua e di bianco neve quello che vedrete nella mostra di Sabrina Genovesi, autrice romana che per la prima volta si espone così e così tanto per raccontare qualcosa di sé. Quando le ho chiesto di vedere le sue fotografie per questa esposizione mi ha fatto entrare nel suo mondo, disponendo sul tavolo pile di stampe, allungando il braccio per indicarmi sue foto incorniciate e appese al muro, sfogliando davanti a me tanti 10x15 e album fotografici sui suoi figli. Persino sul frigorifero ho trovato qualcosa, attaccato con un magnete, c’era un ritratto da guardare ogni giorno, scattato per ricordare. Forse nemmeno lei sapeva che il corpus della mostra così come la vedete voi oggi era lì, sparpagliato in casa sua, disordinato e vivo, coerente più di quanto lei stessa si aspettasse. L’intuizione era giusta: Sabrina Genovesi sa raccontare la sua storia di fotografa, di donna e di madre molto più di quanto lei sappia. E la meraviglia della scoperta di una coerenza dentro questo suo Blu mare prolungata nel tempo, negli anni, è la spinta a proseguire la ricerca, continuare a vedere, raccogliere, scattare, stampare, appendere, conservare in album di famiglia, lasciare le immagini disordinate su un tavolo. Il filo conduttore di questa mostra è Sabrina stessa col suo modo di vedere ordinato e strutturato (a dispetto del suo disordine), di vedere le cose semplici: i suoi figli che crescono, il Circo Massimo innevato, un pescatore con la tuta gialla davanti a un grande, immenso – a volte spaventoso, ma più spesso generoso – mare blu. Per informazioni sull’autrice: Instagram @fotografie_di_sabrina

Solitude
Un libro di Gianbattista Uberti A cura di Loredana De Pace SCHEDA TECNICA Autopubblicazione Dimensioni Rilegato, 31x21cm Numero di pagine 60 Carta interna Tintoretto gesso 140gr Copertina Tintoretto gesso opaca 300gr Stampa a colori gianbattistaubertiphoto.it Gianbattista Uberti è un autore che fotografa la bellezza della luce sul volto femminile. È parco nell’utilizzo di qualunque eccesso nell’esecuzione delle sue fotografie, specie se si tratta di scatti in bianconero nei quali disvela maggiormente il suo lirismo. La luce che entra dalle quinte della scena e i forti contrasti sono una costante nella sua indagine sull’armonia delle forme. A un certo punto del suo percorso autoriale incontra Agata, che preferisce farsi chiamare Solitude, e le mappe corporee autoinflitte nel corso degli anni adolescenziali, incise sulla pelle con l’ausilio di lamette o provocate da bruciature di sigaretta. Non un solo lembo di pelle, a parte il volto, è rimasto indenne dai tagli, nulla di originario della trama cutanea ha evitato la “metamorfosi”. Documentare l’autolesionismo di Solitude, e per estensione portare alla luce questa problematica, è il moto volitivo che ha fatto superare a Gianbattista un naturale disagio di fronte a un corpo così diversamente segnato, una nudità stratificata su cui l’autore si è interrogato. Con questo libro, che intitola Solitude, l’autore vuole consegnare a tutti le sue riflessioni. Per parlare della storia di Solitude, Gianbattista Uberti si servito di un doppio canale linguistico: il fuori fuoco, utilizzato fino all’estremo dell’incomprensibilità del soggetto, che gli ha consentito di traslare nell’immagine il concetto di indefinitezza come equivalente della irriconoscibilità dell’epidermide causata dalla pratica autolesionistica di Solitude. Nel secondo “codice” adoperato, l’autore ha mantenuto una corretta messa a fuoco, soffermandosi sui dettagli del corpo, enucleando alcune zone e i rispettivi segni tracciati dalla ragazza con le lamette (“sempre nuove”, specifica lei). Su questi segni, in alcuni casi, ne sono stati sovrapposti altri, quelli di tatuaggi realizzati in seguito ai tagli, come a indicare un ulteriore strato che si aggiunge, copre, nasconde, trasforma. La stratigrafia risultante è probabilmente un altro modo che Solutude ha adoperato per tracciare i livelli simbolici ai quali aspirava e che l’hanno spinta a scarnificare il senso estetico imposto dalla società come specifica lei stessa nelle risposte dell’intervista (che è possibile ascoltare integralmente scansionando il QR Code pubblicato all’inizio del libro). Chissà se Agata abbia mai pensato di tornare indietro, se si sia mai pentita... Il corpo è pieno di tracce che creano percorsi – visivi e metaforici – ricercati dalla ragazza in una forma di autolesionismo, che è una problematica sociale molto complessa, spesso taciuta, chiaramente spiegata dalla dott.ssa Ilaria Riviera nel suo contributo scientifico pubblicato a pagina 52. Quali che siano le motivazioni che inducono un ragazzo o una ragazza a tali gesti da cui non si può tornare indietro questo libro vuole dare voce a un’esigenza adolescenziale espressa malamente con l’inflizione di dolore al proprio corpo. Il libro Solitude vuole smuovere l’opinione pubblica perché sia messa a parte di questa pratica e delle implicazioni psicologiche e sociali a essa connesse. Guardare le cicatrici di Solitude, infatti, significa accettare l’evidenza di un problema socio-familiare che va necessariamente affrontato e le immagini di Gianbattista Uberti vogliono farsi veicolo visivo per riflettere sull’argomento. L’autore ha voluto documentare il corpo-gabbia dal quale Solitude ha cercato di scappare, da cui facendo sgorgare il suo stesso sangue ha provato a far uscire qualcosa di fisico e qualcosa di mentale, come sottolinea lei stessa in una risposta alle domande poste da Gianbattista. Che gli opposti si attraggano è cosa arcinota. Ma quali sono gli opposti di questa vicenda? Un dentro che si sente scomodo, inappropriato, e un fuori che si trasfigura per provare a dare pace all’interiorità disorientata. Nel mezzo, il nascondimento misto al bisogno narcisistico di manifestare le tracce autoinflitte al proprio corpo; il mistero irrazionale del senso di inadeguatezza espiato dalle pericolose lesioni corporee e la velleità tutta estetica di decorare il corpo – sopra le cicatrici – con tatuaggi, che rendono ancora più visibili i tagli autoinflitti perché i disegni di inchiostro si adeguano alla trama nuova della pelle. Un autore che fotografa una situazione complessa come questa esce dal recinto sicuramente più comodo della bellezza femminile e sposta l’attenzione su una problematica molto comune nei giovani di cui, però, nessuno parla. Invece, con questi bianconeri e con le domande poste a Solitude, Gianbattista Uberti fa risuonare l’urlo autolesionistico di Solitude affinché attraverso le sue fotografie sia finalmente ascoltato. Nelle immagini di Gianbattista le pose della ragazza sono assunte liberamente di fronte alla fotocamera; la tensione degli arti, le repentine variazioni di postura e di espressioni facciali fanno apparire lo sguardo della ragazza ora angelico e un momento dopo, all’opposto, diabolico. Come se i tagli non fossero sufficienti, durante le sessioni di posa la giovane emula gesti drammatici ma anche iracondi rivolti verso se stessa. Si tira i capelli, si contorce, assume posture che rappresentano il suo disagio. Non manca tuttavia la fermezza dello sguardo rivolto alla fotocamera, sguardo che è tanto crudo quanto difficile da sostenere. Per suffragare la dinamica narrativa, al centro del libro si è scelto di collocare una serie di scatti in cui Solitude urla a squarciagola. In questa coppia di pagine, gli scatti sfocati sono affiancati a quelli perfettamente a fuoco perché fosse definitivamente manifesto il movimento interiore – tra razionalità e inconscio – con cui la giovane autolesionista tenta di divincolarsi da quella che lei stessa definisce “una gabbia”. In alcuni scatti emerge anche l’aspetto vezzoso della ragazza che assume pose in cui ostenta con vanità le sue forme, ma pure il senso estetico ed egocentrico della sua “ricerca”. La femminilità e persino la tenerezza però sono un campanello d’allarme di un’ingenuità che, sotto le cicatrici, può essere ancora recuperata, incoraggiata. Verso la fine di questo libro Agata guarda Solitude: due immagini affiancate in cui due donne – la ragazza e il suo alter ego ferito – si scrutano mentre tutti noi le staremo osservando, per provare a riflettere sulla condizione di malessere, sul profondo conflitto interiore che sfocia nell’autolesionismo. Chiude il volume, una fotografia perfettamente a fuoco, quasi scultorea, sicuramente inquietante, in cui ogni movimento si congela nel busto fermo e frontale di Solitude, segnato da tutte le sue mappe. Agata ha smesso di tagliarsi, almeno così sostiene. Nel 2020 viaggia alla volta della Norvegia, dove soggiorna al momento in cui scriviamo. Sceglie di spostarsi in un Paese nordico probabilmente sperando di poter condurre lì un’esistenza più consona al suo animo, e di trovare – finalmente – una dimensione serena in cui non avere l’esigenza di autoinfliggersi dolore per riuscire a sentire l’impulso della vita scorrere nelle vene. Maggiori info: gianbattistaubertiphoto.it

Eventi online
A causa della pandemia cominciata nel marzo 2020 un nuovo strumento si è reso necessario per restare in contatto e continuare a parlare di fotografia. Da allora gli eventi online sono diventati un modo nuovo (anche se non esclusivo) di divulgazione e cultura. Nel corso del 2020/21 ho tenuto talk su argomenti specifici, presentazione di workshop poi realizzati su piattaforma zoom attraverso la collaborazione con realtà associative con Photocoach e NessunoPress, ho organizzato e partecipato a conversazioni con l’autore, presentazioni editoriali, giurie e molto altro. PRINCIPALI EVENTI ONLINE PASSATI Progettare una mostra fotografica, live talk con Loredana De Pace NOC-HELLO - Loredana De Pace. Uscire dal proprio recinto, alla ricerca di cose belle NOC-WORK - Loredana De Pace. Consapevolezza della Visione Presentazione Sono un cielo nuvoloso - Loredana De Pace Diretta Brain Damage con Michele Di Donato e Loredana De Pace Diretta con Carlo Traini/Rome Art Week LIGHT ON YOU - ciclo di incontri organizzato dal gruppo De Pace’s

Photoediting e dintorni
Webinar di Loredana De Pace Cosa è il photo editing? Chi lo svolge e come? Cosa deve pensare un photo editor quando cura una mostra, un libro, un portfolio? Editing self made, come non sbagliare. Perché si scarta una fotografia? Quali sono le vie della fotografia oggi? Questo webinar si propone di rispondere ad ampio raggio a queste e altre domande sul lavoro di photoediting e sul portfolio realizzato sulle proprie immagini da un professionista del settore ma anche da voi stessi. Affineremo infatti il vostro modo di vedere le immagini nella loro struttura. Impareremo a fare editing dei nostri scatti. Costo 120 euro+iva a partecipante (anche one-to-one) Durata 2 ore Per maggiori informazioni e per iscriversi, invia una mail a loredanadepace@gmail.com

Garden Misnake
Mostra fotografica di Patrizia Genovesi A cura di Loredana De Pace Mordi e sarai come Dio! Sibila la serpe dell’Eden. Ed Eva cede alle sue lusinghe. L’inganno è presto svelato: la conoscenza promessa dall’aspide dischiude ai due disobbedienti – Adamo ed Eva – il mondo del sapere inteso come esperienza diretta del bene e del male. Tradimento, subdolo inganno o opportunità di vivere la completezza dell’esistenza non più come inconsapevoli involucri nudi, ma come esseri umani scienti che costruiscono il proprio sapere e vivere nel mondo, stratificando il bene e il male acquisiti? GARDEN MISNAKE è l’ERRORE DELLA SERPE COMMESSO NEL GIARDINO. Il sapere svelato che mescola la conoscenza e, in questo caso, anche le parole. Così l’errore – MISTAKE – il fraintendimento voluto dal serpente, si trasforma nel calembour GARDEN MISNAKE. Ecco quindi che, nella visione della fotografa milanese Patrizia Genovesi, Eva non è più l’acerrima nemica del serpente, ma dialoga con lui in modo paritario, consapevole delle sue possibilità, in un giardino che non è più solo quello dell’Eden. Tuttavia la presa di coscienza del sapere inizialmente disorienta, stordisce per la sua immensa quantità di informazioni tradotte dall’intelligenza umana, e per l’inevitabile introspezione a cui essa conduce. Quindi, il GIARDINO diventa aspro e conserva solo a tratti la sua natura di luogo accogliente, perde colore e si fa algido paesaggio dentro cui ritrovare la propria collocazione. L’esposizione GARDEN MISNAKE è strutturata in forma circolare come sorta di “abbraccio gelido” in cui imparare a sostare senza tremare. Al centro dell’abbraccio campeggia Eva, una pala d’altare in cui lei domina con i simboli universalmente riconosciuti che ora non la intimoriscono, al contrario, ha imparato a gestirli, governarli e ci guarda fiera, sensuale, presente a sé stessa… in una parola, consapevole. Il giardino è la scenografia di tutta l’esposizione e rimane anche dopo lo svelamento dell’inganno del serpente perché in forma circolare le esistenze partono da esso e ritornano in esso, per il Giudizio Universale, se ce ne sarà mai uno, Eva ora saprà difendersi. Dentro questo nuovo giardino, quindi, dopo il morso alla mela, non smetterà più di esistere la consapevolezza del bene e del male che scorrerà nel “fiume di morte” dell’ingenuità primordiale, ma anche in un fiume colmo di esperienza multiforme. In definitiva, riuscire a superare l’inverno del dubbio e delle incertezze, porta di nuovo al giardino, stavolta totalizzante, invasivo, colorato, ricco, libero: la sovrapposizione delle esperienze, ormai assodate, fa tornare il colore e il calore nel video prodotto da Patrizia Genovesi e che completa l’esposizione. Piedi per terra, sguardo diretto, completezza: Eva (e l’uomo con lei) è nuova, bellissima e completa. Per informazioni sull’autrice patriziagenovesi.com

Photoediting e reportage
Il ciclo di lezioni dedicate al photoediting con particolare attenzione al mondo del fotoreportage,
prevede tre fasi necessarie a:
1) individuare un percorso di orientamento sui linguaggi che il fotogiornalismo e la fotografia
contemporanea stanno intraprendendo. Ciò attraverso l’analisi di progetti di rilevanza
internazionale, indicativi dell’approccio attuale della fotografia documentaristica.
2) comprendere a fondo cosa sia il photoediting in tutte le sue declinazioni.
3) effettuare esercitazioni sui propri lavori.
DURATA cinque lezioni ciascuna delle quali avrà una durata circa due ore
ORARIO 19-21
NUMERO PARTECIPANTI minimo 6, massimo 10

Regards Argentiques
Mostra fotografica di David Zhornski A cura di Loredana De Pace Uno sguardo tutto orientato alla fotografia analogica, quello dell’autore francese accolto nelle pagine dedicate alla fotografia estera, nell’edizione 2020 di SPECTRUM, il bookzine che avete fra le mani. Parliamo di David Zhornski, autore raffinato e poetico che sublima il concetto di fotografia analogica, stampando egli stesso in camera oscura con un approccio poliedrico ed emozionato. “Guardo la vita che mi circonda per estrarre porzioni, sequenze che riproduco su carta. Perché per me, una fotografia prende vita completamente solo quando viene fisicamente rappresentata”. Così David Zhornski esprime tutta la sua passione per la fotografia analogica che, nella veste di immagine stampata, diventa il risultato finale e imprescindibile del suo processo creativo. Zhornski realizza i suoi scatti interamente con procedimento analogico, dall’esecuzione dell’immagine su pellicola, alla stampa in camera oscura, su carta baritata warmtone. Le sue fotografie “raccolgono” un ampio carnet di situazioni; ne consegue che, anche il linguaggio adoperato cambia registro di volta in volta, attraverso l’uso della luce e della composizione. Il sapiente utilizzo della gamma dei toni di grigio, dal nero più profondo al grigio più tenue, si affianca quindi alla preferenza verso inquadrature ora più ampie – laddove Zhornski ritrae esterni e notturni – ora più ravvicinate e decise, quando fotografa in interni. Inoltre, la figura umana è l’elemento che, quando inserito nella scena, viene chiamato a muoversi dentro il fotogramma, creando un ritmo asincrono, e quindi dinamico, perché messo in relazione all’ambiente circostante. Nelle immagini dell’autore francese, sia pure nate in momenti diversi e per ragioni differenti, la coerenza visiva proviene non solo dalla tecnica adoperata e dal bianconero. Infatti, le declinazioni della sua cifra stilistica si evidenziano coerentemente per ciascuna situazione affrontata: i forti contrasti così come la luce naturale nelle immagini di paesaggio sono adoperati allo stesso scopo, ossia fornire la sensazione provata dall’autore al momento dello scatto. David Zhornski fotografa anzitutto le sue emozioni. I notturni urbani ad esempio, popolano i suoi fotogrammi con estrema disinvoltura, come se le fotocamere analogiche di Zhornski fossero perfettamente a loro agio nella notte silenziosa. Questo fotografo “purista” è un autore poetico, e possiede anche una verve delicatamente ironica: infatti, in alcuni scatti porta – divertito – alla nostra attenzione, situazioni canzonatorie, raccolte dalla vita quotidiana e selezionate, come lui stesso afferma, come se fosse un “chirurgo del tempo presente che ritaglia pezzi di vita per sottoporli a una reinterpretazione personale, ma anche condivisi con lo spettatore”. A muovere i fotografi è normalmente un fuoco vivo che consente loro di consegnare alle immagini un’identità capace di mettere in relazione la realtà circostante e il pensiero sotteso alla visione. Per Zhornski, ogni fotografia rappresenta una “porta verso un altro mondo, un invito a scoprire nuove emozioni”. Per informazioni sull’autore davidzhornski.com

ColornoPhotoLife
Da molti anni ormai collaboro con il ColornoPhotoLife, festival di fotografia che si svolge a Colorno, in provincia di Parma. In occasione del festival mi occupo di: - Visite guidate - Curatela di alcune delle esposizioni in programma - Presentazioni editoriali - Workshop Per l’edizione 2021, che avrà inizio l’11 settembre prossimo, sono a mia curatela le mostre “Brain Damage” di Michele Di Donato “Crossing the Balkans” di Matteo Placucci. Di seguito il calendario degli eventi nei quali sono coinvolta (che troverete anche nella sezione CALENDARIO di questo stesso sito): 11/12 SETTEMBRE Inaugurazione ColornoPhotoLife Colorno (Parma) Ore 18 – Reggia di Colorno colornophotolife.it/default.aspx 12 SETTEMBRE Inaugurazione mostre ColornoPhotoLife Brain Damage di Michele Di Donato Crossing the Balkans di Matteo Placucci Ore 11 A cura di Loredana De Pace
Spazio MUPAC (Colorno) NEWS Leggi l'articolo che il magazine TravelGlobe ha dedicato al lavoro di Matteo Placucci. Lo trovi a questo link 25 SETTEMBRE Workshop COME (e perché) FARE UNA FANZINE Teoria e pratica dedicata alla progettazione e alla realizzazione di una fanzine fotografica Ore 9-18,30 ColornoPhotoLife – Colorno (Parma) Info e iscrizioni su colornophotolife.it/workshop.aspx 16 OTTOBRE Ore 10,30 - Visite guidate mostre ColornoPhotoLife Presentazione editoriale Ore 18,30 - Presentazione editoriale Ipotesi per un assenza - Il caso Cervia di Alfredo Covino 17 OTTOBRE Ore 10,30 - Visite guidate mostre ColornoPhotoLife Presentazioni editoriali Ore 15 - Promenade. Pathos e ironia in costume di Carlo Traini (iphonephoto-carlotraini.com) Ore 15,45 - La casa di Lenin di Paolo Simonazzi (paolosimonazzi.com), con l'autore e il critico d'arte Sandro Parmiggiani Per conoscere nel dettaglio le attività previste dal festival nell’edizione 2021 visita il sito colornophotolife.it IN QUESTO SLIDESHOW, IL REPORTAGE DEL COLORNOPHOTOLIFE 2021

Un'altra America
Un libro di Massimo Tennenini A cura di Loredana De Pace SCHEDA TECNICA Categoria Catalogo Dimensioni Rilegato, cm.24x24 Numero di pagine 146 Editore EBS Print EAN 9788893494069 SOLD OUT tennenini.it Massimo Tennenini ha sempre coltivato un’attitudine complessa e poco comune, quella di incontrare lo sguardo altrui. Il suo guardare non comincia con la fotografia, ma della fotografia si serve per entrare meglio nelle storie, costruire relazioni che solo successivamente trasforma in immagini. Per una serie di ragioni – professionali e personale – ha orientato questa sua propensione proprio verso i popoli del Centro e del Sud America che ha frequentato e fotografato quindi non come semplice visitatore, ma come hombre del pueblo, uno di loro. Fra i Paesi in cui ha vissuto e lavorato, Centro America, Chiapas (Messico), America Andina, Guatemala e Colombia. Con la mostra Un’altra America e il libro omonimo che la accompagna, Massimo Tennenini porta a compimento il lavoro di una vita. Un’altra America racconta infatti il lavoro, l’impegno politico e culturale vissuto dall’autore romano nel Sud e Centro America per venticinque anni, come fosse casa sua. Si tratta di un percorso antropologico, culturale e fotografico arricchito dalla recente pubblicazione del libro Un’altra America di Massimo Tennenini, a cura di Loredana De Pace (con una prefazione dell’antropologo Massimo Canevacci) che raccoglie il progetto nella sua interezza, comprese le immagini presenti in mostra. Le immagini di Massimo Tennenini sono disponibili per l’acquisto al sito dell'autore. Un’altra America di Massimo Tennenini è stata ospitata presso l’Open Studio di Patrizia Genovesi, a Roma, in occasione del Mese della Fotografia di Roma, nel mese di marzo 2019. Per maggiori informazioni sull’autore e sul libro: tennenini.it

Il Silenzio della Parola, Il Rumore della Carta
Mostra fotografica di Giulio Cerocchi A cura di Loredana De Pace Galleria Expowall Vivi ritirato e nella quiete e sii selvaggio _ Cours progressif de paysage Territori Innevati _ Coesistenze Pacifiche Milano / 17 – 24 novembre 2016 Teatro Franco Parenti -Foyer Alto- BOOKCITY Il silenzio della parola, il rumore della carta _ Coesistenze Pacifiche Milano / 17 – 20 novembre 2016 Il protagonista assoluto Il silenzio della parola, il rumore della carta costituisce un attraversamento visivo delle scelte letterarie che hanno formato l’autore, giorno dopo giorno. Poeti, scrittori, filosofi, saggisti, tutti grandi della letteratura italiana e internazionale che il fotografo milanese Giulio Cerocchi ha scelto e letto nel corso della vita, e che ora ha scelto (di nuovo) e fotografato, ma non interpretando banalmente le loro opere letterarie, piuttosto “catalogandole” mentalmente e visivamente per una ragione più alta. Infatti, Cerocchi fotografa le costole dei suoi libri disposti su una mensola bianca e illuminati con una luce diffusa. Lo scenario è essenziale, lineare, l’inquadratura minimalista. Solo uno dei titoli, quello più importante e uno per ciascun ripiano, sbuca dal livello bidimensionale, quale risultato di un’ulteriore ed ennesima preferenza o, più semplicemente, di una gratitudine manifesta. “Un giorno nella disposizione dei volumi della mia libreria ne ho notato uno fuori posto”, osserva Cerocchi, “non era allineato agli altri, fuoriusciva come se qualcuno fosse in procinto di estrarlo. Ero reduce da un altro lavoro intitolato Coesistenze Pacifiche nel quale avevo inserito un elemento tridimensionale, così il disordine intravisto nella mia libreria scaturito casualmente da un concetto di ordine, ha stimolato l’idea di trasformarlo in un lavoro fotografico: volevo raccontare una nuova storia”. Nel progetto Il silenzio della parola, il rumore della carta di Giulio Cerocchi lo spazio nell’immagine è volutamente privo di qualsivoglia pulsione viscerale, infatti la rappresentazione è estremamente oggettiva (visione frontale, proporzioni reali…) se non fosse per un unico, fondamentale “dettaglio” che in tale contesto assume il ruolo di attivatore emozionale, scavalcando persino l’identità dell’autore. Quei due centimetri di libro – vero e nell’edizione originale letta a suo tempo dall’autore – che sporgono dalla fotografia proprio dove il libro realmente si troverebbe collocato sulla mensola, e quindi in proporzione con le dimensioni degli altri testi, rappresentano una piccola rivoluzione concettuale, raffigurando una sorta di realtà aumentata ante litteram. Vedere tridimensionalmente proprio quel titolo e non altri amplifica la curiosità, l’interesse e magari anche la probabilità di scegliere la nostra prossima lettura. La costola di un libro ha un ruolo non da poco concettualmente parlando (ma anche praticamente). Essa infatti, svolge una funzione centrale per la fruibilità complessiva del volume: tiene insieme le parti, protegge la rilegatura, offre un’informazione preziosa sui contenuti del libro, fissa ogni elemento, ossia le pagine – e quindi anche le parole stampate – e la copertina, vale a dire forma e contenuto che costituiscono il libro stesso. Anche in questo lavoro la terza dimensione nell’immagine fotografica, caratteristica per altro costante nel lavoro di Giulio Cerocchi, prova a disorientare benevolmente l’osservatore al quale viene chiesto di compiere un gesto volitivo: spostarsi lateralmente, cambiare assetto per scoprire la tridimensionalità che non appartiene alla “natura” della fotografia intesa come medium e che, con la sua presenza sulla superficie bidimensionale dell’immagine, sorprende, vivifica, provoca. L’autore, infatti, esce dai parametri della fotografia convenzionale, da una sorta di conformismo fotografico e contamina come da sua abitudine (leggi necessità) fare da sempre, ancor prima che questo modus operandi diventasse così apprezzato e adottato – per non dire abusato – come lo è attualmente nel mondo della fotografia e più in generale dell’arte. Il protagonista assoluto de Il silenzio della parola, il rumore della carta non è dunque l’uomo e neanche l’autore, ma è il concetto stesso di scritto, come custode e dispensatore del sapere, e la capacità che ciascun testo possiede – di spessore, approfondimento o più semplice e leggero – di arricchire il lettore, apportare un cambiamento di status culturale durante l’esperienza della lettura ma soprattutto in una fase successiva, nel corso intero della vita, come è accaduto a Giulio Cerocchi, come succede a chi ama la lettura e ne trae il proprio giovamento culturale. Secondo Cerocchi, “la lettura di un libro, il suo pensiero, il messaggio formano la mente di un essere umano, nel bene e nel male. Questo grande contenitore del sapere, l’acquisizione dei suoi valori, delle sue fantasie può formare un individuo dando un accrescimento mentale che lo accompagnerà nella vita quotidiana e non solo”. Il silenzio della parola, il rumore della carta non è solamente la libreria del Cerocchi: l’autore infatti, auspica che ciascun visitatore possa, in linea teorica, spostare i vari quadri, dare una nuova identità alle letture in base ai propri gusti e, di conseguenza, personalizzare la libreria. Questi libri sono pezzi componibili di cultura. “Il mio messaggio vuole provare a essere triplice: quello più evidente è un invito alla lettura, il secondo è trasmettere il pensiero di questi miei personali e cari autori, mentre il terzo – forse è un po’ presuntuoso, lo ammetto – è quello di dare una nuova e diversa interpretazione dell’arte fotografica”, chiosa Cerocchi. In linea con la cifra stilistica sperimentale sempre chiara e coerente del professionista dell’immagine Giulio Cerocchi, la mostra si compone di vari tasselli, elementi sparsi e unitari che sarà possibile vedere in diverse location fra Milano e Varese. Completa infatti l’esposizione la presenza in mostra dei lavori Territori innevati, Cours progressif de paysage, Vivi ritirato e nella quiete e sii selvaggio e il progetto Coesistenze pacifiche che precede in ordine di tempo Il silenzio della parola, il rumore della carta e ne stimola la realizzazione. Coesistenze pacifiche vuole essere per Cerocchi una riflessione sul paesaggio urbano milanese in simbiosi con i panorami fotografati nel corso del tempo dall’artista; anche in questo caso la terza dimensione si manifesterà, stavolta però, per tramite di un mattone d’argilla rossa. Per informazioni sull’autore giuliocerocchi.net

Holy Cow
Mostra fotografica di Sujatro Ghosh A cura di Loredana De Pace Galleria PLENUM fotografia contemporanea Via Vecchia Ognina, 142 – Catania Settembre/ottobre 2018 Per informazioni sull’autore IG @sujatroghosh

A Flower Revolution
Mostra di Paolo Belletti A cura di Loredana De Pace Molto più che una semplice modifica strutturale dell’assetto collettivo, una rivoluzione implica la totale sovversione del modus vivendi della società e della politica. Eppure nel significato più profondo della parola è insito anche il concetto di “ritorno a”. Si ritorna a credere, a evolvere, a rinnovarsi. Preparare una sedizione è un processo lento nel quale maturano concetti che poi diventano portanti per il popolo in rivolta; la ribellione richiede attivismo, presenza, pensiero, coraggio, impone di compiere una scelta e portarla avanti con coerenza, fino in fondo. Essere un rivoluzionario vuol dire accettare il rischio delle proprie ideologie e viverle al punto tale da trasformare il caos in metamorfosi. Traslare tali concetti alla Rivoluzione dei fiori di cui parlano le immagini di Paolo Belletti viene naturale: i fiori si preparano alla battaglia sin dal primo istante della “loro” vita. I fiori stessi sono in fermento, come lo è la Natura nel suo divenire e nel suo essere magnificenza e trasformazione continua. Il Vietnam, in tal senso, è da sempre terra di rivoluzione, con le sue colline brulle e la vegetazione che s’inerpica fino alla cima delle catene montuose; con i suoi fiori, i più profumati di tutti, i fior di loto, che però germogliano in “oasi” di acqua stagnante. La loro eversione, quindi, non nasce dalla bellezza, ma in bellezza si trasforma. Le donne che Paolo ha incontrato e fotografato nei mercati generali notturni di Hanoi, capitale del Vietnam, hanno il viso rugoso, sono severe ed è difficile vederle sorridere. Tutte le notti queste donne camminano a passo svelto con carichi di fiori sulle spalle, sostenuti in equilibrio su una canna di bambù e, più tratte riusciranno a percorrere – dalla campagna al mercato – maggiore sarà il loro guadagno. Ecco perché non c’è spazio per sorrisi né smancerie, il tempo diventa prezioso. Come in una rivoluzione. Eppure, queste “donne guerriere” conservano il loro tocco di femminilità, asciutta ed elegante, indossano abiti con colorate texture o foulard con trame floreali. Durante il suo soggiorno ad Hanoi, avvenuto nel maggio di quest’anno, Paolo si rende conto che esiste un’altra forma di mutamento interno, sviluppatasi ai poli opposti rispetto a quella descritta nelle fotografie scattate al mercato: è la rivoluzione delle ragazze vietnamite che non vogliono raccogliere l’eredità dei loro genitori. Native digitali, le nuove donne del Vietnam desiderano appartenere a un altro scenario, essere accettate dalla società come professioniste laureate, diventare donne in carriera. Paolo Belletti fotografa queste giovani in un’occasione fortemente simbolica: il giorno della loro emancipazione per eccellenza, la festa di laurea. Le incontra ancora con la tunica indosso e la toque sul capo, in un luogo-culto per la capitale, il Tempio della letteratura, prima sede dell’università di Hanoi e punto di congiunzione fra passato – parliamo di una struttura costruita più di mille anni fa – e futuro, quello che è tutto nelle mani delle neolaureate felici, con un leggero maquillage sul viso e una mise elegante ma tradizionale, esibita dopo le foto di rito, una volta dismessi gli abiti da studentesse. Il momento tanto atteso che Paolo individua come secondo punctum del suo progetto è il “convivio fotografico”: dopo gli scatti ufficiali, arrivano i moderni autoritratti collettivi, eseguiti a braccio teso dalle stesse giovincelle grazie alla tecnologia smart dei loro cellulari. La trasformazione individuata da Paolo a questo punto sembra compiuta. Eppure c’è ancora qualcosa da dire: nella loro diversa espressione, esiste un filo sotteso che unisce le due rivoluzioni. Più che un filo, si tratta di uno stelo: quello di un fiore. Il vero rivoluzionario di questa mostra torna a essere “lui” che cresce in una Natura simbiotica a servizio delle donne che lo raccoglieranno prima, e delle altre – più giovani – che lo esibiranno poi, nel giorno della laurea, composto in graziosi bouquet. La rivoluzione, quindi, comincia dal dono che il fiore – massimo rappresentate della Natura vietnamita – fa di sé. Ecco perché Paolo Belletti ha voluto che questa mostra avesse per titolo proprio A Flower Revolution.

Il Castello Aragonese Rivelazioni Notturne
Mostra di Florian Castiglione A cura di Loredana De Pace È notte e il buio si appropria dei confini di natura e architettura. È un’idea comune quella del crepuscolo che ingloba gli elementi, della luce diurna che cede il passo al silenzio della luna. Sappiamo bene invece che nel buio (e grazie ad esso) molto della materia, qualunque essa sia, si presenta diversamente agli occhi di chi la osserva, e si trasforma. Perché anche nell’oscurità più pesta, la luce trova la sua via, si insinua e… rivela una sostanza nuova delle cose. Artificiale o della luna – ma anche combinate insieme – queste fonti luminose incoraggiano il fruitore a una visione attenta, fatta di piccoli suggerimenti della forma, di curiosità visive, di dettagli finiti nella breccia luminosa offerta dalla notte. Ancor più in fotografia, con l’ausilio di un tempo lento di esposizione, la luce s’impossessa di ciò che incontra, specie quando il buio caravaggesco le permette di manipolare l’essenza stessa della materia. Sono questi i presupposti del progetto fotografico Il castello svelato di Florian Castiglione, per la prima volta in mostra presso le prigioni del Castello Aragonese di Ischia, con inaugurazione il 5 settembre 2015. Nel 2012 il giovane architetto-fotografo partenopeo realizza uno scatto, fra tanti, nel corso di una visita guidata al castello ischitano. Poi, come spesso accade, quell’immagine si è sedimentata nella sua memoria, per un anno circa, fin quando l’autore non ha sentito il bisogno di ricercare una chiave d’accesso a quella fortezza, individuandola proprio nel momento del giorno in cui la roccaforte, meta turistica per eccellenza dell’isola di Tifeo, non è mai stata vista prima, ossia nelle ore notturne. Castiglione, infatti, con il beneplacito di chi vive nella fortificazione ischitana, nottetempo ha costeggiato con la sua reflex le mura di guardia, ha attraversato gli ambienti del castello, i corridoi, la cattedrale, ha fotografato le torri del Maschio, riconoscendone la maestosità. I sopralluoghi si sono succeduti con paziente ripetizione per fotografare, con una formula visiva tutta personale, la rocca aragonese che poggia su un’isola di magma vulcanico, è circondata dal mare del golfo di Napoli, e si congiunge con Ischia – la più grande dell’arcipelago flegreo – solo grazie a un lembo di terra che attraversa il mare. Quella formula, Florian, l’ha trovata fotografando l’equilibrio stabile fra architettura e cielo perché non muta col movimento, anzi come spiega lo stesso autore, “stelle e materia trasmettono la sensazione di immobilità e silenzio” prodotta da questo luogo elegante e ieratico. Se una meta turistica, quale il Castello di Ischia è sempre stata, appare agli occhi dei visitatori così distinguibile, occorre un gran coraggio – va detto – per modificare qualsivoglia elemento che ne renda meno intuitiva la riconoscibilità, a favore di un rischioso quanto fondamentale equilibrio instabile, utile a mostrare non più la rocca come la ricordiamo, ma Il Castello svelato di Florian Castiglione. Come? Variando l’ora del giorno (o per meglio dire della notte) durante la quale scattare, modificando il punto di ripresa delle immagini, ma pure osando con le inquadrature, cercando prospettive insolite, scorci ripresi con un taglio non comune, servendosi altresì del proprio background professionale al fine di scegliere le porzioni architettoniche di maggiore interesse e rivisitarle con il filtro del proprio occhio autoriale. Per volere, per vedere e per mostrare il nuovo, persino in un luogo frequentato e rinomato qual è l’antichissimo Castrum Gironis, com’era originariamente conosciuto il maniero. Il nuovo ha bisogno di proseliti, di “capitani coraggiosi” e temerari che sperimentino per virtù. Florian Castiglione, autore de Il castello svelato, lavoro che questo testo introduce, ha costruito una nuova fortezza con l’intenzione di rivelare la componente onirica, suggestiva nonché riflessiva, propria della costruzione aragonese. Lo ha fatto scattando i suoi bianconeri in low key e, alla corporeità dalle atmosfere – arcate in roccia, decori in pietra, mura a strapiombo sul mare, tutti valorizzati da vertiginose prospettive – fa da contrappunto la volta celeste con le sue stelle che acquistano nell’economia dell’inquadratura, la medesima sostanza della materia. I tempi lunghi di esposizione, l’uso del treppiedi, le numerose sedute di posa nella stessa location, l’approccio lento e riflessivo dell’autore concorrono alla realizzazione di un lavoro, elogio della lentezza. Cosa svela la notte che il giorno non ha? Lo abbiamo chiesto al giovane autore, che ci ha risposto: “La sua intimità”, la sua bellezza solenne e privata, aggiungiamo pure. Con il suo modus operandi lento e riflessivo, inoltre, Florian si è preso il tempo per imparare a selezionare l’immagine ancor prima d’averla scattata. L’autore è un nativo digitale e, pur non avendo mai fotografato in pellicola, si sento molto vicino a questo tipo di approccio con il quale è più naturale riuscire a focalizzare nella sua massima espressione il senso e le intenzioni del progetto e, di conseguenza, di ricercarlo nelle immagini sin dal momento dello scatto. È successo pure che Florian trascorresse ore fra le mura della fortezza, tornando sulla terra ferma con una manciata di foto, neanche troppo valide. Tuttavia, quelle che con licenza poetica chiamiamo “immagini latenti”, ossia le fotografie non ancora scattate ma solo osservate, riconosciute in loco e fatte proprie prima ancora di comparire sul sensore della fotocamera, si sono sedimentate nella memoria durante la sua ricerca e poi una volta scattate, sono divenute il corpus de Il castello svelato.

Photo Editing Orti Fotografici, Milano
Quanto è importante saper fare l’editing delle proprie immagini? Tanto quanto fotografare.
Esagerato? Per niente! Se sai fotografare ma non sai editare le fotografie nella giusta sequenza, il tuo progetto rischia di non essere compreso.
Ecco perché è fondamentale sapere cosa significa fare editing delle proprie fotografie e come si fa. Questo è l’obiettivo del workshop “PHOTO EDITING dei tuoi progetti”.
Il workshop è un laboratorio di lettura, analisi e selezione dell’immagine nel quale saranno esaminati temi legati al photo editing per imparare a editare in autonomia i progetti fotografici dei partecipanti e a guardare con maggiore cognizione i lavori dei grandi autori, capirne la struttura e la sequenza.
Il workshop si svolgerà nel corso di due giorni (sabato e domenica) e sono previste una parte teorica e una pratica.

Brain Damage
Mostra fotografica di Michele Di Donato A cura di Loredana De Pace (Mostra presentata al festival Colorno Photo Life 2021) “Ho voluto guardare in faccia l’abisso, ben consapevole dei rischi di questa operazione. E credo di esserne uscito fuori bene, anche se sento che qualche strascico è rimasto in me e sono sicuro che tornerà, per diventare forse un altro progetto fotografico”. Dipendere da qualcuno o da qualcosa sottende l’essere privati della propria libertà. Un atteggiamento ignobile che priva del diritto naturale all’autonomia di scelta, proprio dell’essere umano. Ma se sottrarre quella libertà, se perdere l’autosufficienza nella gestione del corpo, del tempo, delle emozioni fosse un atto volontario verso sé stessi allora la faccenda diventerebbe spiazzante, rasentando il paradosso. Anche se appare inconcepibile, molto spesso infatti è l’essere umano a rivolgere verso sé stesso gesti e azioni, mascherati da illusoria libertà estrema, che innescano le più varie forme di dipendenza. L’interrogativo si fa ancora più pressante: perché privarsi della propria libertà per scelta, illudendosi di essere così più liberi di “prima”? La risposta, probabilmente è contenuta in quel “prima” perché la ricerca della dipendenza (qualunque essa sia) è una risposta a un bisogno scatenato da un’assenza. Quindi la soluzione “migliore” sembra quella di lanciare alla società segnali di rivincita (ma leggi sconfitta), anomale richieste di attenzioni con pericolose conseguenze scatenate da errate scelte personali che provengono dalla società liquida e distorta in cui viviamo. È un circolo vizioso in cui l’essere umano è contemporaneamente vittima e carnefice. Riformulando il pensiero: come è possibile che l’essere umano cada così tanto in errore cercando atavicamente uno stato liquido di autonomia, bramando di affrancarsi dalle regole “imposte”, ma alla fine obbligandosi a viverne altre, molto più gravi e dannose? Queste riflessioni amare sono il presupposto del processo creativo che soggiace al progetto in mostra di Michele Di Donato, dal titolo Brain Damage. Il lavoro in esposizione, così come il libro omonimo, è diviso in quattro “aree di dipendenza” e l’autore cerca di dare una… No, la frase non termina con “risposta” ma con la parola “testimonianza”. Di Donato infatti entra nelle situazioni e le documenta, compie un atto di immersione esperienziale in zone buie del cervello (e dell’animo) umano che decide – volontariamente – di perdere lucidità e lasciarsi andare alla decadenza. Il suo tragitto negli inferi comincia con la formula del reportage immersivo ma, per esprimere al meglio tutti i gironi danteschi, Di Donato prosegue con un linguaggio espressivo diverso che gli consenta l’interpretazione simbolica di immagini prodotte dalla nostra mente, quando si trova in condizioni di forte alterazione. L’autore quindi non si ferma a una sola grammatica ma forgia i concetti che vuole esprimere servendosi di volta in volta degli strumenti più adeguati. Quindi, al reportage affianca scene di staged photography appositamente costruite per raccontare concetti astratti che, interiorizzati, diventano immagini mentali riportate sempre più su dalla coscienza per arrivare fino agli occhi, passare alla fotocamera e finalmente arrivare a noi, sotto forma di immagini. Questo processo è molto faticoso e richiede onestà intellettuale e raziocinio fuori dall’ordinario. Michele ci strattona (scordatevi di essere presi per mano, qui “dentro” si va avanti a spintoni!) per far sapere che esistono mondi paralleli distorti dal danno cerebrale autoinflitto che può essere il farmaco anestetico della ketamina, il malato desiderio di magrezza estrema, fino ad arrivare alla più assurda delle “droghe”: l’aspirazione compulsiva alla dipendenza stessa, qualunque essa sia. I luoghi in cui ha scattato sono funzionali alla narrazione ricercata: Michele infatti ci racconta d’aver scattato sia in Italia che in Europa, principalmente nelle città di Amsterdam, Rotterdam, Monaco di Baviera e Düsseldorf. l ritmo dell’editing è serrato, il colore sono acidi (e non a caso), il mosso rasenta la violenza di certa fotografia nord europea tutt’altro che in linea con la bellezza classica italiana: siamo entrati nel “tunnel” di Brain Damage. Craving, Doppelgänger, Lost in the K-Hole e Rorschach, questi sono i titoli dei quattro “capitoli” del libro e della mostra, un tentativo di “leggere” la contemporaneità e di dare una rappresentazione della società liquida in cui viviamo. Spiega Michele: “In Brain Damage parlo delle conseguenze che il vivere in questo spazio, in questa epoca, in questo nulla rumoroso ha sulla vita degli esseri umani. Ho cercato di analizzare la questione dal punto di vista della fragilità dei legami affettivi causata dalla solitudine che genera insicurezza; un’analisi delle trasformazioni che avvengono nella società in questa fase di modernità liquida”. Le conseguenze di tali metamorfosi dal sapore kafkiano si manifestano in una serie di azioni violente rivolte verso sé stessi, comportamenti che di volta in volta assumono una forma e un aspetto diversi ma che non cambiano la sostanza del loro effetto: l’autodistruzione. Suggerisco al visitatore di guardare le immagini da vicino e poi da lontano, senza mai farsi distrarre da altro, per percorrere in immersione questo tunnel concettuale pensato per trasportare vorticosamente nelle quattro sezioni del progetto. Questo per entrare e uscire dalle sensazioni – certamente scomode e da non emulare – prodotte dalle varie forme di dipendenza e trasformate in condizioni di eccitamento iperbolico, visioni acide e sanguigne, vertiginose, ma anche melanconiche, diafane e diaboliche. Per informazioni sull’autore: Sito web micheledidonato.com Instagram @michididonato Facebook michele.didonato.16 Linkedin michele-di-donato-83456073

Un'altra America
Mostra fotografica di Massimo Tennenini A cura di Loredana De Pace UNA OTRA MANERA DE VER L’antropologo e fotografo romano Massimo Tennenini ha sempre coltivato un’attitudine complessa e poco comune, quella di incontrare lo sguardo altrui (leggi anche cultura, usanze, tradizioni). Il suo guardare non comincia con la fotografia, ma della fotografia si serve per entrare meglio nelle storie, costruire relazioni che solo successivamente trasforma in immagini. Per una serie di ragioni – professionali e di interesse personale – ha orientato questa sua propensione verso i popoli del Centro e del Sud America che ha frequentato e fotografato per oltre venticinque anni, non come semplice visitatore, ma come hombre del pueblo, uno di loro. La parola chiave di tale approccio – che è anche un principio fondante del vivere sud americano – è condivisione. Tennenini infatti non avrebbe scattato le immagini così come sono raccolte in questo compendio se non avesse condiviso noche y dìa con el pueblo così intimamente, accuratamente, prolungatamente. La sua scrupolosa ricerca sui popoli nativi è quindi il risultato di un approccio immersivo nella cultura indigena e nelle specifiche tradizioni locali. Sin dal principio delle sue peregrinazioni è stata “la vita fatta di semplicità e intense forme di spiritualità”, come egli stesso specifica, a permettergli di conoscere tanto a fondo quelle terre che appaiono così lontane dal nostro Occidente. Tennenini ha visitato per prima la Colombia, in seguito è stato in Messico e in Guatemala per poi proseguire la sua indagine in molti altri luoghi della cultura andina. Nel libro e nella mostra sono raccolte anche numerose “immagini impossibili”, ossia scatti eseguiti in situazioni estremamente complesse da raggiungere o alle quali partecipare senza un permesso specifico o senza il riconoscimento dell’autore come parte integrante della comunità. Un’altra America quindi è la testimonianza visiva della totale integrazione dell’autore con le popolazioni autoctone. Ma cosa (o chi) ha condotto Massimo Tennenini in questo grande e poliedrico Paese? Inizialmente sono proprio le organizzazioni indigene che lo cercano, come racconta lo stesso autore: “Nella foresta del Chocò, regione della Colombia che affaccia sull’Oceano Pacifico, sono stato a più riprese dal 1990 al 1993. La prima volta proprio su invito di alcune organizzazioni delle popolazioni native, la OREWA degli Embera e Waunana, e le OBAPO e ACIA per le popolazioni nere, discendenti degli schiavi africani fuggiti dalla schiavitù e rifugiati nella foresta. Mi chiesero di realizzare per loro un audiovisivo che aiutasse queste popolazioni nella lotta contro le multinazionali straniere, soprattutto nordamericane, che erano molto interessate a quei territori perché ricchi di petrolio, oro e altri minerali preziosi. Il governo colombiano aveva dato concessioni senza consultare minimamente le popolazioni locali. In seguito sono tornato per una ricerca antropologica sul mutamento sociale all’interno di alcune comunità a seguito dell’attuazione di programmi di sviluppo in ambito agricolo e per numerosi altri progetti”. STRUTTURA E TEMI Lasciati ai margini, segnati da una fatica ancestrale e dalla sferza del sole, gli indigeni e la gente del Sud America in questo progetto si mostrano – finalmente – come attori principali della storia. A tale scopo ciascun Paese visitato e fotografato assume l’identità di capitolo, assecondando lo stile reportagistico di Tennenini: Centro America, Ribelli del Chiapas (Messico), America Andina, Guatemala e Colombia. Fra le pagine del libro e quando le immagini sono in mostra, gli sguardi diretti dei soggetti ripresi diventano via, via il filo conduttore del viaggio, tanto che in un’altra sezione questi volti assurgono al titolo di protagonisti assoluti. Infatti, per avvalorare il concetto, l’autore ha voluto estrapolare i ritratti più significativi, astraendoli dal contesto in postproduzione con uno sfondo nero che amplifica l’impatto di questi volti incisi come fossero i gemelli della loro burbera terra d’origine. Uno spazio e un tempo del progetto sono dedicati anche alla cosiddetta Isla de las Muñecas, l’isola delle bambole, unica al mondo per quanto misteriosa e cupa che sorge nel dedalo di isolotti artificiali intorno a Xochimilco, il lago di Città del Messico. Si narra che un contadino, tale Don Juan Santana Barrera, per tutta la vita abbia provato a dare pace all’anima di una bambina che riteneva lo perseguitasse perché annegata nelle acque circostanti l’isola, proprio di fronte a lui, senza che riuscisse a salvarla. Don Juan negli anni ha raccolto centinaia di bambole per la bambina morta nella speranza di alleviare il tormento della sua anima, e per lei le ha appese ovunque sull’isola. Las Muñecas hanno riempito pian, piano tronchi, rami e canne di bambù, diventando col passar del tempo presenze inquietanti perché si sono ricoperte di vegetazione e sono state rovinate dalle naturali intemperie del posto. Un altro capitolo in cui si assottiglia fin quasi a scomparire il confine fra la vita e la morte è quello dedicato al Dìa de los Muertos, il giorno dei morti, festività messicana di origine precolombiana che si celebra il 2 novembre. In questa giornata, secondo la tradizione, le anime dei propri cari tornano fra i vivi e sono accolte con musica, cibi tradizionali offerti loro in dono, momenti di raccoglimento attorno a candele accese. UN DIARIO DI VIAGGIO Nei suoi bianconeri, Tennenini fissa le espressioni di uomini, donne e bambini spesso invisibili agli occhi del mondo. Quando, ad esempio, ritrae i ribelli dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale negli anni Novanta, fotografa i combattenti del “Messico dei senza volto”, come solevano definirsi i ribelli. E lo fa, vivendoci insieme e partecipando, macchina fotografica al collo, ad adunate, scontri, esercitazioni, vita di campo. La differenza tra l’approccio di un viaggiatore, sia pure attendo, e la ricerca di uno studioso sta proprio nel substrato culturale che diventa viatico per entrare in contatto con le popolazioni indigene, per condividere usi e costumi, e infine trasferire l’esperienza vissuta nelle immagini con maggiore cognizione di causa. Per raccontare tutto questo, nelle pagine del libro pubblicato in occasione delle esposizioni svolte in occasione del Rome Art Week (Roma) e del ColornoPhotoLife (Colorno) è lo stesso Tennenini a descrivere brevemente sotto forma diaristica alcune fra le più significative vicende che lo hanno condotto in questa meravigliosa terra, diventata nel tempo anche un po’ sua. COME GUARDARE Il risultato in immagini della ricerca di Massimo Tennenini che finalmente con il libro si è trasformata in pubblicazione, è intensissimo: le inquadrature sono piene, gli sguardi diretti, molto forti, ma non solo. Il ritmo nel volume è scandito anche da situazioni più ampie, collettive, nelle quali gli sguardi vanno cercati nella moltitudine e, una volta trovati, trafiggono perché fieri e taglienti. Le scene d’insieme descrivono ritualità, abitudini ed eventi culturali propri dei territori fotografati in cui sussistono – paradossalmente – dinamismo e quiete, in cui spesso le cose avvengono contemporaneamente, perché così succede in Sud America: tutto insieme, tutti insieme. Proprio in questi tableau vivant, guardando più attentamente – ed è in questo momento che si richiede l’impegno al fruitore – si rilevano micro storie, si intuiscono vicende che cominciano soltanto nelle fotografie e proseguono nell’immaginazione di chi guarda. In pratica le immagini funzionano come porte socchiuse che lasciano la libertà a chi osserva di continuare o fermarsi. Anche le singole fotografie contengono mondi da esplorare: quando in Guatemala due donne confabulano, una con la mano che copre la bocca, mentre una bimbetta sulla destra le osserva incuriosita, sembra di sentire il brusio delle loro voci e di quelle degli altri, in fondo all’inquadratura. Questo per dire che sia nelle immagini prese singolarmente, sia guardandole in sequenza avviene una sorta di naturale sovrapposizione di contenuti, di voci, di gesti, di linee compositive, di livelli di lettura. Il Sud America in fin dei conti è così e occorre imparare a comprenderlo per ascoltare tutte queste voci insieme eppure riuscire a distinguerle una ad una. Operazione non semplice che, nelle sue fotografie Massimo Tennenini riesce a compiere, anno dopo anno, capitolo dopo capitolo. Nelle immagini è tangibile una forma di lirismo melanconico, anch’esso elemento proprio delle terre sudamericane in cui tutto sembra possibile: c’è la tradizione che si conserva nei secoli, ci sono i solchi rugosi sulla pelle dura e bronzea lasciati dal sole, ci sono i bambini che sorridono spensierati nonostante le condizioni non siano proprio di benessere, come pure ci sono i mariachi a riposo ma ancora in ghingheri, pronti a suonare e cantare, c’è una donna che allatta, un lama portato a passeggio, la vita tutta che scorre materica e multiforme. Nel lavoro del fotografo romano sono quindi molte le immagini-simbolo di un Sud America vivo, matriarcale, orgoglioso, combattente, genuino, tradizionale, resistente. La fotografia scelta per la copertina, ad esempio, rappresenta una scena che dice molto della fierezza femminile, una forza ferma, diretta, sottolineata dal raggio di luce obliquo, rispetto alla posizione dell’uomo, sulla sinistra e alle spalle della donna, fuori fuoco dietro a un muro, confine che delimita e “colloca”. Eppure il Sud America è pieno di contrasti. Per tale ragione l’editing del lavoro è volutamente composto da asincronie visive. Nella sequenza delle fotografie pagina dopo pagina è stata fatta una precisa scelta di passaggi ora dissonanti, ora armonici. Succederà quindi di cominciare un capitolo con un dettaglio che non spiega molto del luogo in cui siamo, per passare immediatamente dopo a un “campo lungo”, una scena più ampia in cui invece siamo catapultati nel contesto. Questo salto di scenari apparentemente “dodecafonico”, se in principio pare destabilizzare la visione, in verità serve allo scopo opposto, ossia a introdurre rapidamente chi guarda le immagini nei luoghi, nelle situazioni del Paese in questione. Sfogliando il libro che accompagna il progetto espositivo sono molti gli occhi che vi guarderanno: fatevi guardare, fatevi accompagnare dalla loro intensità in quella che l’autore stesso definisce un’altra America perché conoscere questo popolo e le sue tradizioni attraverso le fotografie di Massimo Tennenini rappresenta un’occasione per ampliare le vedute sulla cultura sudamericana e per arricchire la nostra di una otra manera de ver. Per informazioni sull’autore tennenini.it

EX?
Mostra fotografica di Raffaele Salvati A cura di Loredana De Pace Gli scatti di EX? sono stati realizzati all’interno di stabilimenti industriali nel 2016. Siti di industrie italiane. Industrie che hanno subito per quasi un decennio una profonda crisi causata da “congiunture internazionali”. Industrie che hanno dovuto modificare, ridurre o persino terminare le loro attività produttive e con esse gli uomini, il cuore di queste industrie. Uomini che hanno dovuto modificare il loro modo di lavorare, uomini sottoposti a ritmi di lavoro al limite del sopportabile per far fronte alle sempre più pressanti esigenze produttive, uomini che il lavoro lo hanno perso. La figura umana in questi scatti è volutamente sempre assente. Lo stabilimento industriale è fermo o è ancora in produzione? Gli uomini che lo gestivano sono ancora lì o sono altrove? EX! oppure EX? Il Capolinea è realmente un punto di arrivo o forse è un inaspettato punto di partenza verso qualcosa di diverso, di nuovo e perché no, di migliore? Raffaele Salvati: un modo di vedere Il “fotoamautore” – come gli piace definirsi – Raffaele Salvati è un cultore dell’immagine fotografica che fino a qualche anno fa ha praticato in silenzio la sua passione, fotografando ma mai esponendo i suoi lavori. La prima collettiva infatti risale al mese di ottobre del 2016 a Taranto, sua città natale, mentre la prima personale in assoluto risale solamente all’anno scorso. Raffaele Salvati (Taranto, 1973), è un ingegnere chimico di professione, è fotografo per passione e istinto, attualmente vive e lavora a Monza per un multinazionale specializzata nel trattamento delle acque. Il suo percorso professionale ha reso possibile la frequentazione di aree industriali difficilmente accessibili. Tale assiduità gli ha dato modo di coltivare il suo innato senso dell’osservazione e di interiorizzare le forme geometriche e strutturali, materiche e a tratti becheriane viste e vissute per anni, dai lunghi viaggi in auto per raggiungere gli stabilimenti dei suoi clienti alle stesse strutture industriali, fino a quando ha sentito il bisogno di tradurre questa sua conoscenza in fotografia, servendosi dell’unico strumento utilizzabile in questi contesti: lo smartphone. LA VICENDA Problem solver per natura, il suo acume professionale si è pian piano spostato in ambito fotografico dando origine a una serie di progetti di ottimo livello interpretativo. Nel suo più recente progetto che ha intitolato EX? Salvati affronta il tema del capolinea da diversi punti di vista. Le foto infatti sono scattate all’interno di alcune aree industriali nelle quali l’autore ha lavorato per dodici anni senza mai scattare una fotografia. Nel mese di settembre 2016, dopo aver immagazzinato scene, situazioni, forme, dopo aver ampiamente vissuto questi luoghi da un punto di vista prettamente lavorativo, Raffaele ha voluto fotografare elementi portanti e dettagli di queste aree EX industriali? Non è dato saperlo. Per precisa volontà dell’autore infatti non sono presenti esseri umani, né dalle immagini risulta chiaro se queste realtà industriali siano ancora attive o dismesse. Insomma, queste strutture sono al capolinea oppure ancora no? Con il suo smartphone – unico strumento che aveva modo di adoperare in quelle aree – e nel giro di due giorni, Salvati ha realizzato il suo progetto postproducendo gli scatti sempre col dispositivo mobile, subito dopo averle realizzate. CAMBIAMENTI La ricerca EX? rappresenta anche il punto d’arrivo di un lungo percorso lavorativo dell’autore, cominciato dodici anni prima ed evoluto poco dopo aver realizzato il progetto fotografico EX? Infatti le foto sono state scattate due mesi prima di un importante cambiamento nella vita lavorativa di questo ingegnere prestato alla fotografia, ossia il trasferimento a 1000km di distanza da quei luoghi. Quella occasione, quei due giorni di scatti quindi sono l’unica testimonianza visiva della sua esperienza professionale in quelle strutture e rappresentano la conclusione di un processo di lavoro e, per estensione la riflessione sulla condizione lavorativa precaria e affannata nella quale molti lavoratori, a tutti i livelli, vivono in Italia in questo difficile periodo storico. “Con gli scatti di Salvati siamo di fronte a una realtà sottile che argomenta i processi industriali appartenenti a una continuità di sviluppo non garantito. Quand’anche gli effetti irrisolti si stagliano in un labirinto di sistemi industriali compositi, si desumono argomentazioni iconiche organiche dalle quali traspare un senso di armonie e di equilibri non collaudati, ma certamente esistenti”, commenta il fotografo Carlo Picone, organizzatore della mostra dell’autore che è stata ospitata nella città di Priverno (Latina), presso i Portici Comunali nel 2019, presso FotoArte (2018), il festival tarantino dedicato alla fotografia, nella Reggia di Colorno, in occasione del festival ColornoPhotoLife (2017) e più recentemente, in Spagna, a Calella, per il Festimatge (2021). L’autore, acuto osservatore delle forme geometriche, sempre a caccia di simbiosi visive e architettoniche, associa a ogni suo scatto, contenuti e ragionamenti che arricchiscono il primo livello di lettura dell’immagine con significati più ampi e riflessioni universali sulla condizione dell’uomo calato nella società attuale. Per informazioni sull’autore scrivi a loredanadepace@gmail.com

Marco Cheli
Marco Cheli nasce a Siena negli anni che gli permettono di rientrare a pieno nella Generazione Xennial. Ragioniere pentito, non appena diplomato, frequenta un corso di tecniche di comunicazione e mette un piede nel mondo delle agenzie pubblicitarie. Questo accade circa due decenni orsono, tanto è trascorso dal suo impatto con il mondo della comunicazione visiva. Servono alcuni anni prima che si decida a prendere in mano una reflex, tardi per cominciare con l’analogico ma presto per sfruttare a pieno i benefici del digitale. Proprio per questo limita la sua produzione alla fotografia di viaggio. A questo punto la fotografia è ancora uno strumento espressivo di cui si serve a uso professionale ed editoriale, curando l’art direction di diverse pubblicazioni. Nel 2013, agli albori del fenomeno Instagram, pubblica sul noto social, insieme all’amico e collega Antonio Cinotti (@antoncino) #instapalio13, il Palio di Siena visto attraverso gli scatti eseguiti con il cellulare. La pubblicazione sul noto social ha lo scopo di raccontare aspetti più intimi della cultura senese. La curiosità e la voglia di raccontare lo portano nel 2019 a incanalare le energie, frequentando il corso in fotogiornalismo alla fondazione Marangoni di Firenze. Fortza Paris, realizzato con la collaborazione di Eleonora Mainò per la parte dei testi, è il primo vero progetto gestito a 360° dal fotografo senese. (dal progetto Eriopia19) (dal progetto Sicilia) marcocheli.it Instagram: @marcoilcheli email: mc@marcocheli.it

Marco Ciccolella
Il fotoreporter italiano Marco Ciccolella nasce a Brescia e vive… Nel mondo. E non è tanto per dire! Negli ultimi cinque anni ha cambiato quattro Stati e nove fusi orari. Si avvicina al mondo della fotografia nei primi anni 2000. Punto di svolta nella vita del fotografo sono state le Paralimpiadi di Londra del 2012. Oggi si dedica al 100% ai suoi progetti fotografici e professionali ed è tra i soci fondatori dell’associazione culturale NESSUNO[press]; al sito nessunopress.it tutte le informazioni sulle attività organizzate. La realizzazione di reportage legati al sociale e la sperimentazione sono i punti focali della sua attività. Nel 2013 ha pubblicato con Emanuele Broli e Laura Predolini il suo primo libro fotografico intitolato Rise again, un reportage sulle Paralimpiadi di Londra 2012. Sono seguite poi le edizioni di Sochi 2014, Rio 2016, Peyongchang 2018. Appena tornato dalle Paralimpiadi di Tokyo 2021 e da un lungo progetto – Russia with Pleasure – un viaggio in treno nell’entroterra russo alla ricerca della cultura culinaria di questo grande Paese. marcociccolella.com facebook.com/ciccolellamarco russiawithpleasure.com

Paolo Simonazzi
Paolo Simonazzi è nato a Reggio Emilia nel 1961. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero, ha pubblicato diversi volumi fotografici e sue immagini sono conservate in importanti collezioni di istituzioni, musei e private. Le sue fotografie sono ambientate in luoghi imprevedibili nei quali le cose “appaiono” inaspettatamente in quelle strade laterali dove il limite tra reale e surreale risulta sfumato.Quelle di Simonazzi sono fotografie che mostrano luoghi reali, ricordati o semplicemente immaginati e che riescono spesso a fare sorridere per la loro ironia e l’ingenua naturalezza. L’autore ama cogliere il paradosso come guida primaria del suo fotografare. In questo modo e grazie all’insegnamento di grandi e riconoscibili maestri, l’ordinario è capace di elevarsi a straordinario. Fra i molti progetti di Paolo Simonazzi ricordiamo: Circo Bidone (Zoolibri, 2003), uno dei suoi primi lavori, racconta di un piccolo circo sopravvissuto all’epoca della multimedialità e degli effetti speciali. Dal 2006 al 2010 si è dedicato a Mondo piccolo, un lavoro alla riscoperta delle terre care a Guareschi. Nel 2006 si è avvicinato al tema del disagio sociale con il progetto La casa degli angeli. (dal progetto Tra le Via Emilia e il West) Tra la Via Emilia e il West (Baldini Castoldi Dalai, 2007) è invece un progetto che illustra la pacifica penetrazione dell’iconografia americana nel paesaggio culturale e architettonico della regione Emilia-Romagna, esposto a Villa delle Rose – MAMbo, Bologna (2007), a New York e San Francisco. Nel 2014, per la IX edizione di Fotografia Europea, presenta la mostra Cose ritrovate, un viaggio visionario ispirato ai testi letterari di Ermanno Cavazzoni e di Raffaello Baldini (Marsilio, 2014). Il progetto Bell’Italia (Silvana Editoriale, 2014) è stato presentato in anteprima a Fotografia Europea 2011, poi a Sydney, Melbourne (2012), Tokyo (2014) e Mosca (2016). Nel 2015 presenta a Torino un’anteprima del progetto Icons of Liscio (Guaraldi- LAB, 2019), ispirato alla fascinazione dei manifesti iconici delle orchestre da ballo in Emilia-Romagna. Mantua, Cuba (Greta’s Books, 2016), è una ricerca sentimentale che ha come luogo d’indagine una cittadina di provincia ai confini dell’isola di Cuba. So near, so far (Danilo Montanari, 2018), è un’originale rilettura dei suoi progetti principali che guardano alla propria terra d’origine. La Terra, L’Emilia, la Luna, presentata alla Galleria Romberg di Latina nel Febbraio 2020, è una summa dei progetti del fotografo. paolosimonazzi.com

Raffaele Salvati
Il “fotoamautore” – come a lui piace definirsi – Raffaele Salvati (Taranto, 1973), è un cultore dell’immagine fotografica che fino a qualche anno fa ha praticato in silenzio la sua passione, fotografando ma mai esponendo i suoi lavori. La prima esperienza espositiva, infatti, risale all’ottobre 2016 a Taranto, sua città natale. Salvati è un ingegnere chimico di professione e fotografo per passione e istinto. Da tre anni vive e lavora a Monza, quindi molto lontano dalla Puglia, luogo in cui sono originati i suoi primi scatti. Il suo percorso professionale ha reso possibile la frequentazione di aree industriali difficilmente accessibili. Tale assiduità gli ha dato modo di coltivare un innato senso dell’osservazione e di interiorizzare le forme geometriche e strutturali, materiche e a tratti becheriane, viste e vissute per anni, dai lunghi viaggi in auto per raggiungere gli stabilimenti dei suoi clienti, alle stesse strutture industriali. Fino a quando, un giorno di pochi anni fa, ha sentito il bisogno di tradurre questa conoscenza in fotografia, servendosi dell’unico strumento utilizzabile in questi contesti: lo smartphone. Problem solver per natura, il suo acume professionale si è pian piano spostato in ambito fotografico, dando origine a una serie di progetti di ottimo livello interpretativo. Raffaele Salvati, acuto osservatore delle forme geometriche, sempre a caccia di simbiosi visive e architettoniche, associa a ogni suo scatto, contenuti e ragionamenti che arricchiscono il primo livello di lettura dell’immagine con significati più ampi e riflessioni universali sulla condizione dell’uomo calato nella società attuale. In un suo lavoro in bianconero che ha intitolato EX?, Salvati affronta il tema del capolinea da diversi punti di vista: industriale quindi umano e formale. Nella sua nuova ricerca a colori, invece, visita i luoghi architettonici della sua città natale così come quelle degli ambienti che frequenta per lavoro e ne cerca l’essenza geometrica. Salvati ha esposto sue personali in occasione dei festival Colorno Photo Life (Colorno/Parma) e a FotoArte (Taranto) oltre che nella sede dei Portici Comunali di Priverno (LT). facebook.com/Raffaele.Salvati.73

Massimo Tenennini
Biografia dell'Autore Massimo Tennenini, antropologo, fotografo e filmaker, si occupa da molti anni dei popoli nativi dell'America Latina ed in particolare delle popolazioni Maya del Guatemala e del Sud-Est messicano. Ha collaborato per un anno con la cattedra di Antropologia Economica nel 1994 e successivamente, per quasi 10 anni, con la cattedra di Antropologia Culturale presso la facoltà di “Scienze della comunicazione” dell'Università La Sapienza di Roma. Membro della redazione della rivista “Avatar- Dislocazioni tra antropologia e comunicazione"- edita da Meltemi Editore. Dal luglio 2007 al giugno 2009 ha diretto l’Istituto Montecelio - Agenzia Regionale per la Comunicazione. Aiuto regista ed autore dei testi in una serie di inchieste televisive per la RAI intitolate: Dossier Ragazzi; per il Ministero dell’Ambiente, la CGIL e alcune ONG italiane. Dal 2005 al 2010 con l’AssociazioneSesto Sole e le organizzazioni indigene del Chiapas ha lavorato, come responsabile dei progetti, alla realizzazione di otto “case di salute” (piccoli ambulatori di primo intervento) ed attrezzato unA piccola clinica nella Selva Lacandona, tra le popolazioni maya che vivono nel Sud-Est messicano, al confine con il Guatemala. Dal progetto: Un'Altra America © Massimo Tenennini Ha realizzato numerose mostre fotografiche e diversi audiovisivi tra i quali “Una lunga storia”(1991), “Il Chocò: una regione da depredare” (1992), “La fine del silenzio” (1994), “Gli uomini senza volto” (1996), “Santissima Muerte” (2004). Per la prima volta nel 2019, in occasione del Mese della Fotografia di Roma espone presso l’Open Studio di Patrizia Genovesi la sua mostra Un’altra America, compendio di 25 anni di lavoro e frequentazione dei Paesi del Centro e Sud America. Pubblica per l’occasione anche un libro dall’omonimo titolo. tennenini.it Dal progetto: ROMA © Massimo Tenennini Dal progetto: Eros e Thanatos © Massimo Tenennini

Promenade. Pathos e ironia in costume
Un libro di Carlo Traini A cura di Loredana De Pace SCHEDA TECNICA Editore Crowdbooks Dimensioni 16,5×24 cm Numero di pagine 128 Data di pubblicazione 2021 ISBN 978885608573 Prezzo 32 euro Per acquistare il libro https://crowdbooks.com/it/promenade/ Per la loro natura, le immagini di Carlo Traini “chiedono” di essere inquadrate in un discorso di fotografia umanistica. Quel che le rende degne di nota, per chi scrive, è la simbiosi fra i concetti che muovono l’autore a scattare, dettati da una ragione che fra poco spiegheremo, e la sua capacità di ridefinire il concetto di “bello” attraverso ciò che ritrae. Nell’estate 2020 Traini va al mare e incontra tutte le mattine le stesse persone che indossano gli stessi costumi mentali o al contrario li cambiano ogni giorno. Questo è ciò che cerca, vede e fotografa Carlo Traini. Da tale frequentazione della spiaggia e dell’essere umano ha origine l’idea di questo libro, di Promenade. Pathos e ironia in costume. L’autore sa pazientemente osservare, e grazie a questa attitudine che applica costantemente riesce a cogliere il pathos umano nell’accezione più ampia e profonda del termine. Negli scatti – realizzati tutti con l’uso della fotocamera dello smartphone, posizionato spesso ad altezza ombelico – Traini mostra l’essere umano in una formula volutamente lontana dalla retorica della “bella composizione”. Al contrario, la sua maniera di vedere e fotografare è perfettamente integrata in una struttura mentale e compositiva che sganghera le maglie del “già noto” e si apre all’inaspettato. Quali sono i concetti fondanti del fare fotografico di Traini? Nelle sue immagini, e nello specifico in Promenade, le persone non sono riprese come oggetto all’interno di una scena, al contrario l’autore scatta solo quando sente che quelli nel suo obiettivo sono diventati soggetti, colti nel loro istante più consueto, nascosto oppure invisibile agli altri. L’autore cioè individua “Il momento in cui stanno facendo una particolare riflessione, vivendo una certa ansia, oppure un attimo di gioia, la percezione del peso dell’assenza – o della presenza – un esserci, un non esserci, un essere altro o voler essere altrove”. I soggetti che Traini fotografa stanno pensando, dice l’autore, “A una speranza, a una paura, a una malattia, a un nipote lontano. In questo senso io sto lì e cerco quell’istante”. Le immagini che “incontrerete” in questo libro non possono essere valutate solo per la loro (sia pur riuscitissima) composizione. I punti di vista insoliti, le prospettive distorte, le scene spontanee perché prese all’insaputa dei bagnanti, le sagome inconsuete che si creano fra incastri di pelle nuda, capelli al vento, forme del bagnasciuga, gonfiabili giganteschi e tutto il cielo possibile, sono ricchi di significato solo perché funzionali allo scopo appena descritto. Il soggetto per Carlo Traini è qualcosa di straordinariamente normale che è parte di una quotidianità alla quale molti non hanno tempo o modo di prestare attenzione. Per questo motivo le sue fotografie sono dedicate alle persone in esse rappresentate. E non solo: il lirismo degli scatti di Promenade si completa con il messaggio che l’autore vuole trasmettere proprio ai suoi protagonisti. Le scene dentro le quali involontariamente si trovano, vogliono dire loro che possono non essere soli perché esiste una persona che, passando al loro fianco, ha a cuore il piccolo frammento di vita riprodotto in fotografia, che sia di riflessione o ironia, di sintonia con la natura interiore o con quella fatta di sabbia e mare. L’autore parla inoltre di queste immagini come anelli di una catena di cui si fa carico, o meglio ancora, di perline di un monile che egli indossa metaforicamente quando guarda, riconosce, fotografa e, così facendo, omaggia la vastità e la diversità del sentimento umano. Alla luce di quanto detto finora, sfogliando le pagine che raccolgono i quattro capitoli di Promenade. Pathos e ironia in costume immaginare quali siano state le emozioni o i pensieri provati dal soggetto mentre Traini lo stava fotografando, diventa una piacevole ricerca per ciascuno di noi. L’afflato di Carlo Traini è tutto proteso alla cura dell’uomo, rivolto alla complessità di cui è fatta la natura umana. In definitiva questo autore fotografa per fissare il valore della memoria sulle cose impercettibili, perché queste sopravvivano (insieme a lui) all’indifferenza del tempo che spiana ogni emozione. Infatti, sottolinea Carlo: “Quando un’immagine mi raggiunge la accolgo nel momento in cui riesco a percepire in essa tutto quello che non si vede. Un po’ come quando si apre una finestra di colpo e si percepisce da piccole cose il sopraggiungere della primavera ma senza vederla ancora”. QUATTRO FORME DI UMANITÀ Come granelli di sabbia raccolti uno ad uno da un saggio eremita, in Promenade Carlo Traini ha collezionato un’umanità molteplice. Per sua natura, il desiderio è quello di “catturare” benevolmente quel che incontra, dove per incontro si intende una vera connessione fra le parti che si manifesta grazie alla fotografia. Maieutico è il compito del curatore che riceve dall’autore il mandato per mettere ordine nel caos creativo, per raccogliere amorevolmente gli “scatti-granelli”, e pian piano avvicinarli l’uno all’altro per tonalità cromatiche, forma e sostanza. Un lavoro paziente, certosino, affettuoso, severo. È in questo modo che dal mare magnum del corposo nucleo di scatti iniziali hanno preso vita i quattro capitoli nei quali sono raccolte le immagini di questa Promenade che avete fra le mani. I termini adoperati per rappresentare ciascun capitolo sono il frutto di una scelta ben precisa, mirata a sottolineare la natura dell’autore che, con la sua fotografia vive una simbiosi fra l’essere uomo d’altri tempi – romantico e melanconico – ricercatore disarmato di stralci di memoria da conservare, e il suo essere qui e ora, dentro l’esistenza attuale, munito di uno strumento contemporaneo, lo smartphone, con cui scattare, e capace di una singolare messinscena attoriale, necessaria per catturare le sue immagini. Mentre passeggia, infatti, Carlo Traini si tramuta in un performer tenendo fra le mani il cellulare e facendo finta di sbrogliare il filo degli auricolari per dare l’impressione di essere impegnato in una telefonata. Tutto per simulare disattenzione verso i soggetti fotografati e dirottare la loro attenzione su altro. Così facendo Traini libera i suoi soggetti dalla consapevolezza di essere ripresi… e scatta. Stranezze anamorfiche, alterazioni ricercate, punti di vista insoliti, intrusione dell’autore per mezzo della sua ombra integrata nell’inquadratura e finanche nel soggetto stesso, proprio a voler suggellare l’unione dell’azione-pensiero dell’autore con l’azione-pensiero del soggetto. È questo l’ensemble che costituisce il primo capitolo del libro, Corpi e rivoluzioni. Perché il corpo è di per sé una rivoluzione straordinaria e qualunque gesto compia è rivelatore di un’emozione; anche quando l’uomo tenta di celare maldestramente i sentimenti, il corpo riesce a esprimerli al meglio. Nel secondo capitolo, Ironia e allegrezza, il ruolo delle immagini è quello di concedere leggerezza alla visione. Senza sberleffo, ma con coinvolgimento divertito, consapevole di essere stati tutti noi in una posa sgraziata, in qualche momento della vita, di aver assunto una smorfia ridicola, catturata dagli altri in quanto destinatari della nostra fisiognomica facciale, di essere stati oggetto di scherno per qualche divertente situazione che, con un po’ di autoironia, ci porta a sorridere di noi stessi, del nostro essere stati goffi, bizzarri o persino grotteschi. Quanto fa bene saperlo e sorridere ce lo propone Carlo Traini in questo capitolo. Prima di collezionare Gesti di genti, raccolta iconografica che compone il terzo capitolo di Promenade, non avevo mai ragionato a fondo su quanto un tratto di spiaggia potesse raccogliere l’humus della gestualità umana. Specie quando si è rilassati (e trascorrere qualche ora a mare dovrebbe portare a questo risultato), la mente umana trasmette al corpo segnali pacifici che in contesti urbani sono più rari a causa della dimensione differente dello spazio e del rapporto dell’uomo col corpo e con l’ambiente circostante. Baciati dal sole estivo, in un lembo di terra e di mare, dove l’orizzonte è una costante, i gesti liberi si moltiplicano davanti allo sguardo di Carlo Traini nel corso delle sue passeggiate sul bagnasciuga. Così, ogni espressione verbale – manifestazione di un racconto, di una conversazione, di un entusiastico gioco estivo – diventa gesto specifico raccolto e incapsulato nello spazio e nel tempo di una fotografia. Non a caso ultimo componente del catalogo di umanità raccolto da Carlo Traini sulle spiagge marchigiane, è Centro, una sezione finale che per la sua natura lessicale dovrebbe essere collocato altrove, ma che in questo caso per la natura invece concettuale del libro abbiamo spostato a conclusione del percorso. Perché sia il centro dell’inizio di un nuovo tragitto e per ricordare che Traini scatta sempre per riportare l’essere umano al centro. La centralità dei soggetti in queste immagini è il filo conduttore della raccolta: in alcuni casi l’elemento è stabile, quasi rappacificante dopo tanto movimento – fisico ed emotivo – presente nei tre capitoli precedenti. In altri invece, è vezzoso, pensoso, gioviale, dinamico, festoso, fascinoso, poetico. Come l’essere umano. Non è un caso che la copertina di Promenade. Pathos e ironia in costume sia corredata da un’immagine che appartiene a questo capitolo. La centralità del discorso di Carlo Traini vuole sempre l’uomo e i suoi pensieri protesi verso l’alto, verso una spiritualità, ora malinconica e mesta, ora laica e vibrante. L’indimenticato resta negli scatti colti da Traini come una sorta di elegia della bellezza che raccoglie tutto quel che può per trasmetterlo ai posteri e non lasciare che vada perso. Dentro Promenade ci siamo tutti noi. È questo che rende così speciale il lavoro che state per vedere. Quando sfoglierete questo libro, in chi vi riconoscerete? Per info e acquisto: https://crowdbooks.com/it/promenade/

in-visibile
Mostra fotografica di Francesca Dini A cura di Loredana De Pace Per molti anni ho vissuto condizionata da una paura che mi rendeva incapace di esprimere me stessa. Inconsapevolmente, tendevo a compiacere l’altro ad ogni costo, anche negando o nascondendo le mie ambizioni, fino a quando la parte di me che tenevo nascosta ha voluto fortemente emergere. Da allora ho cambiato molti aspetti della mia vita, ho iniziato a elaborare, a conoscermi meglio, a mostrarmi di più. Tuttora continuo a tenere invisibili alcuni aspetti di me, ma non è per paura adesso. Due anni fa mi sono trasferita in una nuova casa, che è diventata un punto fermo nel mio cambiamento. Questo progetto è un viaggio di conoscenza ed esplorazione che parte dalle stanze della mia nuova casa, passa nelle strade del mio quartiere e arriva oltre, a esplorare i luoghi della mia identità. (Francesca Dini) COMFORT HOME dove casa è il luogo dell’identità “Ho iniziato a scattare fotografie quando è iniziata la mia seconda vita, e autoscatti quando è iniziata la terza. Per raccontare il mio territorio, ci metto dentro me stessa”. Essere vicina al proprio territorio, sentire il benessere di tornare a casa, considerato luogo proprio e dell’accoglienza di un sé riservato. Attraversare la solitudine come fosse normalità, un momento da ricercare almeno per un po’. Eppure cominciare a sentire un altro bisogno, quello di mettersi in relazione senza vincoli imposti, con sé stessa, con i luoghi del suo quartiere e poi, magari nella prossima ricerca, con altri luoghi e persone. Quello di Francesca Dini è un processo di avvicinamento graduale a ciò che prima era tenuto lontano per scelte di vita, per condizionamento involontario, per natura, per riservatezza. Questo momento è giunto non forzatamente, ma come naturale evoluzione dell’autrice che ha trovato, nella fotografia, lo strumento più adatto per rivelarsi. “C’è stato un momento in cui la vita perfetta che avevo mi rendeva infelice e non mi rappresentava più. Quando ho finalmente avuto il coraggio di lasciarmi tutto alle spalle, ho iniziato a ricercare la mia identità. Sono passati anni da allora, nuove esperienze, nuovi amici. Ho comprato casa e questa è diventata il punto fermo della mia ricerca. L’ho fatto attraverso i luoghi a me familiari”. Francesca Dini nella sua mostra in-visibile riflette molto anche sul concetto di distanza, non da intendere come atto volontario di allontanamento dalla realtà, ma come volontà apparentemente naturale ma invero indotta da un solido e molto presente background familiare. Lo schema prodotto dalle distanze è precostituito, piuttosto comodo perché non sottoposto a variazioni. Ma è anche grandemente vincolante. Quello della prossimità ricercata dall’autrice, scatto dopo scatto, invece richiede una decisa volontà di approfondimento, sicuramente attuabile con lentezza necessaria, con millimetrico spostamento verso di sé e verso gli altri. “Questo lavoro”, racconta la giovane autrice romana, “nasce da due necessità contrapposte: la mia naturale tendenza a tenere tutto dentro, a custodire – anche gelosamente – le mie emozioni e i miei pensieri, ma pure i problemi; e dalla necessità diventata più forte, di esprimere me stessa. Questa dicotomia ha trovato un punto di incontro nella fotografia”. Per informazioni sull’autrice scrivi a loredanadepace@gmail.com

Formazione professionale Ciofs/fp Puglia
Docente: Loredana De Pace In seno al progetto GARANZIA GIOVANI organizzato e seguito dall’ente di formazione professionale Ciofs/fp Puglia Loredana De Pace è docente per i corsi di COMUNICAZIONE: gestione della comunicazione aziendale GRAFICA, FOTOGRAFIA E VIDEOEDITING SEGRETERIA di studio medico (materia: Comunicare efficacemente) Inoltre, in occasione del corso di Grafica, Fotografia e Videoediting, la docente Loredana De Pace ha prodotto tre webinar per gli studenti con i professionisti del settore Gianni Fiorito, Marco Cheli e Michele Di Donato. Gli stessi webinar sono stati oggetto delle lezioni e poi messi a disposizione gratuitamente sulla piattaforma social della struttura di formazione all’indirizzo facebook.com/pugliaciofsfp Per maggiori informazioni sui corsi del Ciofs/fp Puglia ciofspuglia.it

Narrazione Fotografica e Costruzione del Portfolio
Workshop Online di Loredana De Pace e Michele Di Donato Obiettivo principale è apprendere la gestione in autonomia dello sviluppo del proprio lavoro fotografico, dalla narrazione visiva alla costruzione del progetto fotografico. Ha la durata di 4 incontri, ciascuno di 2 ore circa. Prevede una parte teorica e una serie di esercitazioni, eseguibili anche a distanza. Il workshop comprende i seguenti moduli: • Cosa è la narrazione fotografica
• Vedere
• Narrare
• Ideare
• Revisione ed Editing
• Progettazione e Costruzione del proprio Portfolio Fotografico
• Esercitazioni di Editing (parte pratica) A chi è rivolto Appassionati di fotografia di ogni età, sesso e preparazione, che vogliono approfondire la conoscenza della narrazione e affinare le capacità di costruire il portfolio e fare editing delle proprie fotografie. Cosa impari - Conoscere a fondo le dinamiche della narrazione fotografica - Vedere/osservare prima ancora di pensare a un progetto fotografico
- Sviluppare un solido storytelling
- Progettare e costruire un portfolio fotografico
- Editare le proprie fotografie
- Esercitarsi a guardare e editare le fotografie degli altri Dove si è svolto online photocoach.it/product-page/narrazione-fotografica-composizione-del-portfolio nessunopress.it/narrazione-fotografica-costruzione-del-portfolio-michele-di-donato-loredana-de-pace Dove si svolgerà Date e luoghi da definirsi Info e prenotazioni loredanadepace@gmail.com

MONDI UMANI
Un libro di Gigi Montali A cura di Loredana De Pace SCHEDA TECNICA Editore Corsiero Collana Cataloghi Dimensioni 18×18cm Numero di pagine 320, brossura Data di pubblicazione giugno 2021 EAN 9788832116847 corsieroeditore.it gigimontali.it Qual è la natura dell’essere umano e come se ne riconosce la poliedrica complessità? A queste domande non è possibile dare una risposta univoca ritenendo di essere nel giusto. Perché sappiamo bene quanto la nostra natura – quella vera – sia infinitamente fluida e mutevole. E tutto questo, prima di essere applicabile a un nucleo sociale, lo è per il singolo essere umano. Moltiplicato per gli otto miliardi di uomini e donne quali siamo sulla Terra, l’interrogativo prende derive filosofiche. Eppure, la tensione orientata a generare risposte autentiche, per quanto siano solo parziali, esisterà sempre. Questa indole – tanto umana quanto autoriale – appartiene anche a Gigi Montali, autore delle immagini che vedrete sfogliando questa monografia. Montali è un problem solver dall’animo buono e, questa sua capacità, unita a una ferma volontà di rispondere agli interrogativi di cui sopra, lo ha portato a scegliere lo strumento espressivo della fotografia. Così, trent’anni fa, Gigi Montali si è incamminato per il viaggio più difficile, quello al centro dell’anthropos. Villaggi africani, sguardi raccolti da ogni angolo della Terra, abitudini culturali a noi ignote, luoghi geografici fra i più disparati, dalle dune del deserto ai ghiacciai islandesi, dalle terre vulcaniche a quelle brulle nostrane: tutti questi paesaggi – umani e geografici – un poco alla volta hanno formato il vocabolario visivo che Gigi ha scritto con le sue fotografie. La missione di una vita, insomma, è stata raccontare le esperienze di uomini, donne, bambini, le loro consuetudini, le espressioni, i gesti, il lavoro, le architetture. In tal modo, le sue immagini concorrono alla costruzione di una gigantesca città che, a dispetto di quelle invisibili calviniane, si palesa, scatto dopo scatto, per essere raccontata nello svolgersi dei sette capitoli del libro. Gli esiti di questo incredibile percorso sono diventati il nucleo fondante del suo essere uomo e fotografo. La materia concettuale da elaborare per raggiungere il risultato che vedrete, prevede una serie di competenze arricchite da un indispensabile approfondimento culturale, ma anche da tre elementi imprescindibili: sacrificio, dedizione e costanza. Per trent’anni, Montali si è messo in ascolto col senso della vista, affiancato dalla sua instancabile compagna di vita, Luci Tirelli. La densità di questa unione, sebbene possa sembrare un concetto metafisico, ha agevolato l’autore, secondo chi scrive, nelle operazioni di raccolta delle informazioni visive e ancor prima, delle energie necessarie da convogliare verso quel desiderio di conoscenza, primo passo per incontrare l’uomo. PREPARARSI A UN LUNGO VIAGGIO La fascinazione per l’esotico e il lontano, l’entusiasmo per l’avventura si spengono facilmente alla prima interferenza. Ecco perché la preparazione e la costanza sono stati elementi indispensabili che Gigi Montali ha sempre tenuto in grande considerazione. La conoscenza degli strumenti a disposizione, inoltre, è stato essenziale per mettersi a riparo da situazioni inaspettate di tipo climatico, di illuminazione, logistiche. Quindi, per affrontare gli inconvenienti sul campo si è reso fondamentale pianificare il viaggio in ogni aspetto prima della partenza, che le mete fossero le sponde del Po, sulle quali l’autore vive, o le lontane destinazioni oltreoceano. È stato necessario inoltre prepararsi all’incontro del vedere, alla poetica del viaggio, ma prima ancora all’incontro della cosiddetta variabile dell’imponderabile. Un viaggio è anche avventura, meglio arrivarci preparati ed essere pronti a tutto. SACRIFICIO Camminare a lungo, svegliarsi prima del sole, affrontare tragitti impervi in condizioni non ottimali, investire risorse e tempo – per esplorare, scattare, postprodurre, ordinare e archiviare il materiale prodotto – è, come i fotografi sanno bene, il sacrificio necessario (e dovuto) che ciascun autore deve sostenere per assecondare la personale spinta a essere parte attiva della storia, inclinazione che difficilmente si placa. Quindi, ancora una volta, meglio essere pronti. In tal senso, Montali ha abbracciato ogni salita e discesa, arsura o gelo, levataccia e viaggi in scomodi mezzi di trasporto. Il divano? Per Gigi, in questi trent’anni è stato un oggetto alieno non identificato! TALENTO Se con un po’ di buona volontà e pianificando bene il viaggio ciascuno di noi, forse, potrebbe tracciare un percorso fattibile, modellato sulle nostre possibilità, il difficile arriva ora. Con la maturità autoriale, si comincia a esigere qualcosa di più dal rapporto costruito con il proprio soggetto e tutte le sue “dimensioni”. A questo punto arriva, quasi automaticamente, l’interrogativo che solleva l’asticella su un piano di maggiore esigenza: come si fa a tenere vivo e coerente un nucleo di pensiero di prossimità verso l’uomo con lo scorrere del tempo? La risposta giunge dal modus operandi attuato da Montali che nel suo zaino di viaggio ha sempre messo tutti gli elementi finora elencati e uno in più, anzi due: il talento e le idee. Col talento, dote innata, si è aiutato ad andare verso una specifica direzione; con le idee, l’ha trovata e l’ha perseguita, rimaneggiando e affinando poco alla volta intenzioni e processi operativi sul campo. IDENTITÀ Fatte queste premesse, riconoscere i tratti distintivi della figura autoriale di Gigi Montali è l’obiettivo più alto che questa monografia persegue. Infatti, se nei precedenti lavori editoriali Montali aveva presentato singolarmente i progetti più riusciti – il fiume Po, il Blues, le donne e molti altri – qui si tende un filo non cronologico lungo il quale scorrono nel loro insieme le caratteristiche espressive del suo talento. L’identità autoriale di questo fotografo – mite, deciso e perseverante – la “leggerete” nelle sue fotografie e la riconoscerete nella selezione dei temi trattati. La sua identità umana e quella autoriale, inoltre, riescono ad amalgamarsi in una visione globale proiettata verso l’osservazione generosa, garbata e genuina del mondo. Fermezza e poesia, così combinate nelle fotografie, diventano una bellezza per gli occhi, e anche per il cuore. COMPLESSITÀ COME PLUS Le immagini di Gigi Montali non hanno segreti, sono il manifesto di un concetto che, con questa pubblicazione, diventa definitivamente chiaro a tutti: l’uomo, che tanto ha voluto conoscere e fotografare, i luoghi del mondo con le loro specificità sono espressione di una diversità meravigliosa che rende lo sguardo sempre sorpreso. Questo approccio, che valorizza la molteplicità delle situazioni, attraversa tutto il mondo paesaggistico, sociologico e culturale, dal Nord al Sud, dal mare alle alture, dalle grandi metropoli ai villaggi contadini, passando per architetture naturali e urbane dentro cui si innescano infinite dinamiche sociali. L’eterogeneità che ha raccolto Montali pensando di fare tanti singoli viaggi, ha invero assunto l’aspetto di una mappatura completa e variegata di questa nostra umanità. I micromondi rivelati nelle immagini sono, quindi, la dimostrazione di quanto stupefacente l’essere umano possa diventare, proprio per la sua poliedricità. Non a caso, all’inizio di questo scritto abbiamo parlato di complessità. RAGGIO D’AZIONE Un altro punto di forza di questa monografia, conseguenza di quanto appena detto, è l’estensione del suo raggio d’azione. Se è vero, infatti, che questa rassegna costituisce – come in un mosaico Polaroid di Galimberti – l’ensemble della personalità fotografica di chi ha scattato, ciascuno dei capitoli si rivolge a un pubblico specifico, rappresenta un “territorio” così ampio da riuscire a interessare un pubblico eterogeneo come lo è quello presente nelle fotografie. Quindi ci auguriamo si sentano coinvolti studiosi che si occupano di sociologia, di uguaglianza fra i generi, chi opera in ambito sindacale, gli artigiani, chi tiene a cuore questioni geopolitiche, urbanistiche, antropologiche… E potremmo continuare l’elenco aggiungendo ancora molte categorie professionali, dalla produzione di insaccati, ai barbieri che lavorano sulle rive del Mississippi. Questo libro parla a tutti noi e di tutti noi. Le fotografie di Gigi Montali, però, non dicono solo di “cose che sapevamo già”. Sarebbe troppo semplice e il risultato rischierebbe di essere banale. Questo libro nasce con l’intenzione di aggiungere qualcosa alla nostra conoscenza proprio perché le fotografie pubblicate sono l’interpretazione autoriale di situazioni universali, di vicende che, nascendo fra le pieghe della storia, se non rintracciate da un buon osservatore, resterebbero sconosciute ai più. Queste immagini si esprimono al massimo della loro comunicabilità in modo trasversale. Ma attenzione: per comprenderle a fondo servirà mettersi in gioco, per non dire in discussione. SETTE VIAGGI Ciascuno dei capitoli previsti – sette in tutto, s’è detto – è stato “disegnato” in seguito a una lunga analisi sul lavoro dell’autore; l’editing complessivo quindi trova corrispondenza con il tema dei singoli capitoli, con il percorso autoriale di Montali e nel flusso consequenziale del volume. Un intento ambizioso che è sostenuto dai testi introduttivi, uno per capitolo, redatti da figure professionali ritenute – e non a torto – “connesse” con il percorso dell’autore e con quello che le immagini vogliono raccontare. Inoltre, a chiudere la monografia sarà il contributo di Orietta Bay, docente del Dipartimento Didattica FIAF. Ecco di seguito un compendio delle tematiche trattate nei sette “viaggi” di questa monografia. Con il capitolo intitolato LA NATURA DELL’UOMO, Gigi Montali ci accompagna all’inizio del viaggio. Prima delle immagini, il testo della fotografa emiliana Antonella Monzoni. La sequenza delle fotografie dimostra la ricchezza della natura umana di cui abbiamo parlato finora, mai ferma né simile a sé stessa. Nelle immagini, infatti, forme e cromie sono accostate per creare similitudini contemporanee e spontanee, come fare una conversazione con una persona cara. Pur parlando di questioni lontane, insomma, fanno sentire a casa. LA DONNA NEL MONDO è il secondo affascinante capitolo, introdotto da un testo di Eles Iotti, storica dell’arte che opera nel parmense. Il volto delle donne fotografate da Gigi Montali si intravede dietro a un velo indiano, colorato e semitrasparente, si scorge da un nón lá, tipico copricapo vietnamita; la donna ha lo sguardo basso intento nelle faccende domestiche o è concentrato nella lettura di un libro. Le sue mani lavorano la salsa di pomodoro e filano la seta. In ogni caso, la donna è protagonista con i suoi gesti, emozionanti e decisi. Tendendo l’orecchio potreste sentire il mormorio della preghiera, atto suggerito da mani rugose che tengono il conto delle poste del rosario; empaticamente proviamo ammirazione per quella donna africana che “sistema” la sua capanna, disponendo a mani nude della terra argillosa impastata sulle pareti esterne, mentre tiene il suo bimbo imbracato sulla schiena: il sorriso, lo sguardo fiero, la forza, i colori di queste donne scrivono la nostra storia. IL LAVORO DELL’UOMO è il tema del terzo capitolo, introdotto da un testo di Andrea Meloni, sociologo ed esperto in comunicazione e mass media. In queste pagine vi è la testimonianza dei mestieri del mondo espressi nel loro senso più profondo che ricongiunge l’essere umano agli elementi naturali, ma anche a quelli trasformati, per l’appunto, dal suo lavoro. Un ciclo che si compie. La manualità, la fatica, la concentrazione del corpo e della mente, la gestualità collettiva necessaria a conseguire il risultato sono puntelli sulla coscienza umana globale. I pescatori, i liutai, la terra coltivata e rigogliosa, le api, i rammendi sono tutti elementi che fanno parte di un nucleo in cui l’autore ci invita a entrare. La sorpresa sarà riconoscerci protagonisti delle sue fotografie, anche se i volti sono quelli di altri esseri umani. CITTÀ NEL MONDO, introdotto dal testo di Paolo Barbaro, responsabile degli Archivi Fotografici Contemporanei dello CSAC-Parma, questo capitolo è la naturale prosecuzione del “soggiorno nell’anthropos” di Gigi Montali. Dopo aver guardato scenari umani, osservato luoghi, scoperto mestieri, apprezzato la femminilità elegante e generosa nei capitoli precedenti, in questo ci immergiamo per le vie che Montali ha attraversato nelle città di tutto il globo. Roma, la Capitale italiana, riecheggia fra fasti tanto veri quanto contraffatti; Napoli, dolce-amara, ruba qualche pagina in più all’editing perché deve “cantare” il suo idillio pittoresco. Questa melodia nostrana si renderà utile a far risuonare meglio in noi le immagini successive. Sarà più semplice allora entrare in altri ritmi – visivi quanto sonori – e percepire, ad esempio, il sibilo di un’aspirapolvere accesa mentre scorre su un immenso tappeto rosso in una moschea di Istanbul. Nel capitolo DENTRO LA TERRA si cambia ritmo. Introdotto da un testo di Davide Papotti, professore associato di Geografia presso il Dipartimento di Antichistica, Lingue, Educazione, Filosofia dell’Università di Parma, questo capitolo lascia spazio ai valori formali e compositivi delle immagini. La sequenza rimanda a una dialettica in cui l’equilibrio fra le parti è cercato con l’intento di evidenziare i nessi fra le linee di confine. Questi margini sono messi in dialogo grazie all’impaginazione la cui grafica supporta il concetto di unità umana che nel libro di Gigi Montali è il fondamentale filo conduttore. Dopo tanta peregrinazione all’estero, arriva il capitolo che ci riporta nel Bel Paese con gli APPUNTI ITALIANI presi da Montali, viaggiando su e giù per lo Stivale. A introdurre il tema è la voce della docente di Storia dell’Arte, Claudia Cattani. Qui, ancora una volta, si cambia registro, ma ormai saremo allenati a farlo. Ora si chiede all’osservatore raccoglimento per spostarsi da una visione più internazionale in cui l’autore ha tanto indagato, a un contesto tutto italiano. Il formato quadrato delle immagini di questo capitolo ha una funzione ben precisa: farci “alloggiare” più a lungo nelle fotografia, comodi, ora sì, su un divano tutto nostro. La “grafia” compositiva è asciutta e ritrae un’Italia semplicemente bella. Per le sue architetture, i suoi parchi, il verde, le Alpi, le ombre, la pietra. Le assonanze formali, pulite e a tratti ghirriane, sono al servizio del sentimento di appartenenza che l’autore voleva esprimere e le cromie, asciugate dalla saturazione, sono il risultato di un moto interiore più recente, sommesso e riflessivo, maturato nel 2020 in risposta alle conseguenze della situazione pandemica mondiale. E infine, FIUME PO. Per un emiliano doc come Gigi Montali, cresciuto con il suono del lento scorrere delle acque del Grande Fiume, questo capitolo rappresenta un omaggio di gratitudine. Perché un fiume, quel Fiume, è un mondo antico fatto di riti, tradizioni, flusso che si muove ora in sordina, ora pieno di energie, quando è vicino al suo Delta. Straordinario luogo di acqua, terra, paesaggi e genti che unisce e divide, forgia, accoglie e trasforma. Con introduzione di Simone Terzi, responsabile del Coordinamento Attività presso la Fondazione “Un Paese” di Luzzara (RE), questo capitolo termina il racconto. Iniziata con una panoramica sul mondo, la monografia di Gigi Montali si conclude nel luogo in cui tutto è cominciato, la terra natia dell’autore. Dai toni di grigio dei paesaggi in bianconero si approda, con graduale passaggio tonale, ai colori evanescenti del Delta del Po, passando per ambienti rarefatti e nebbiosi, scene di abitudini ancestrali, di famiglie contadine e paesaggi di pianura che abbiamo imparato a conoscere in tanta fotografia degli autori che sulla Via Emilia sono nati e cresciuti. Il commiato è consegnato al fiume quindi, ai suoi simboli e alla sua gente. Che non si neghi l’offerta di un buon bicchiere di vino rosso e l’allegra compagnia di fronte al maestoso, sorprendente, magico Grande Fiume. Maggiori informazioni: corsieroeditore.it

Cortona On The Move
Per il festival internazionale di visual narrative Cortona On The Move 2021 ho lavorato come editor per i testi delle moste, per quelli diffusi online, sul magazine e nel catalogo. Ecco una rassegna del week end inaugurale del festival con mostre, talk, incontri fra autori e colleghi e tanta ottima fotografia! Maggiori info su: cortonaonthemove.com

Rome Art Week 2021
Rome Art Week è un evento diffuso che si svolge nella capitale e che vede coinvolte numerose realtà espositive private e istituzionali. Come curatrice collaboro per questa manifestazione presentando gli autori e gli eventi che seguo. PROSSIMA EDIZIONE 25-30 OTTOBRE 2021 In occasione del Rome Art Week 2021, la giornalista e curatrice Loredana De Pace, in collaborazione con l’associazione culturale NESSUNO[press] e la piattaforma di divulgazione culturale PhotoCoach, presenta il lavoro Fortza Paris del fotografo Marco Cheli e lavoro People and Places del fotografo Marco Ciccolella. Gli autori converseranno con Loredana De Pace, e saranno ospitati sulla piattaforma in streaming di NESSUNO[press]. PEOPLE AND PLACES DI MARCO CICCOLELLA Incontro online con l’autore, Marco Ciccolella e con Loredana De Pace 27 OTTOBRE ORE 19 ROME ART WEEK 2021 - FORTZA PARIS DI MARCO CHELI Incontro online con Marco Cheli in conversazione con Loredana De Pace 29 OTTOBRE ORE 19 Link live per entrambi gli incontri sulla piattaforma di NESSUNO[press] https://youtu.be/PTXSU4kQZek Le dirette saranno anche su https://youtube.com/playlist?list=PLGKGiW1x9fv3SF4RLgnyLCktempmIY7Yp INFO https://romeartweek.com/it/ https://romeartweek.com/en/curators/?id=45&ida=1360 CONFERENZA STAMPA ROME ART WEEK 2021 - 21 OTTOBRE 2021 "La democraticità dell'evento è uno dei punti di forza di Rome Art Week 2021". Questo è quanto dichiarato da Massimiliano Padovan Di Benedetto, direttore di RAW e presidente di Kou Gallery (che organizza la manifestazione romana), durante la conferenza stampa tenutasi stamane 21 ottobre, a Roma. E prosegue: "RAW è una ciambella di humus pronta a contenere al suo interno istituzioni, fiere, gallerie, curatori e artisti; un'open source a cui tutti possono collaborare". L'apertura a collaborazioni internazionali dell'evento è un buon segno evolutivo, a partire dal coinvolgimento della Casa Argentina en Roma che ha ospitato la conferenza e che accoglierà alcune esposizioni nella settimana del RAW. Come giornalista e curatrice RAW con due incontri online dedicati ai lavori dei fotografi Marco Ciccolella e Marco Cheli e realizzati in collaborazione con NESSUNO[press] e PhotoCoach ho proposto e auspico una maggiore attenzione alla fotografia come strumento espressivo del contemporaneo con la possibilità di sapere esattamente quanta fotografia è presente e dove trovarla nel programma di RAW. Sono certa che il mio invito non resterà inascoltato, visto l'interesse degli interlocutori. "RAW consente una catalogazione dello stato dell’arte in Italia. Perché non dura 6 giorni, ma 365 grazie al sito sempre attivo", prosegue Padovan Di Benedetto. Prevedere eventi collaterali al momento topico del RAW (che si tiene a ottobre tutti gli anni) sarebbe a mio avviso, un ulteriore step di evoluzione della manifestazione. Novità di questa edizione, il 29 ottobre è prevista la RAW night con apertura notturna delle sedi espositive per agevolare chi durante il giorno non potrà visitare le mostre. Oltre al già citato direttore di RAW, erano presenti in conferenza Andrea Alba Gonzàlez - Direttrice della Casa Argentina en Roma, Roberta Melasecca – Coordinatrice curatori di RAW e Massimo Scaringella - Coordinatore di RAW. PRECEDENTI EDIZIONI

Epifanie. L’altra fisica del paesaggio
Un libro di Tina Cosmai A cura di Loredana De Pace SCHEDA TECNICA Autopubblicazione Formato 21x15cm Carta Interna Usomano 150gr Copertina carta Usomano 350gr, plastificata, opaca Stampa a colori SOLD OUT Respirate a fondo, rivolgete lo sguardo verso questa piccola poesia che avete fra le mani e solo dopo guardate le immagini, a partire dalla copertina. Un breve momento di concentrazione questo, utile per entrare nello stato emozionale in cui vuole accompagnarci l’autrice – Tina Cosmai – attraverso la trilogia di cui è composto Epifanie: l’altra fisica del paesaggio. La prima sensazione nel guardare le fotografie di questo libro è riassunta nella parola sospensione. Oggi più che mai siamo a conoscenza di cosa significhi essere in tale stato d’incertezza, di cosa implichi e quanto sia impegnativo affrontarlo. Eppure, proprio da una condizione di indeterminatezza ha origine il percorso di Tina e ora, attraverso il suo libro, possiamo vivere in qualche modo anche noi, tutta l’evoluzione di una molteplicità di sentimenti – dallo smarrimento alla libertà – e di concetti universali trasferiti nelle immagini. Sembra quasi normale che nel rettangolo dell’immagine un colore pastoso e indefinito rivesta le superfici – anche quelle che dovrebbero essere più sature – sbiadendole, non alla maniera in cui negli anni passati la fotografia est europea ci ha abituati, no. Quello di Tina Cosmai è il “colore” del mare della Liguria – e nello specifico della cittadina di Vado Ligure, dove l’autrice ha fotografato – che nelle giornate di maccaja perde il blu e diventa quasi terroso. Dentro lo smarrimento che tale alterazione produce, ci si deve “immergere” proprio come ha fatto l’autrice, per comprendere quanto in verità sia ricco questo paesaggio che, pur sembrando vacuo, riserva una sorprendente profondità di concetto e di relazione fra le parti. Il mare fotografato da Tina risuona diversamente dall’immaginabile, ha una sostanza di immedesimazione e, soprattutto, è testimone di resilienza. Queste epifanie si rivelano solo guardando oltre il primo livello di osservazione delle immagini, tanto che nelle inquadrature compaiono pian piano le figure umane e gli oggetti, che restano su una spiaggia invernale, disvelando così tracce che ci risultano molto familiari. Resistere discretamente: questo sembra sussurrare il primo “atto” della trilogia di Tina Cosmai, intitolato Via di fuga a mare. Come è giusto che sia in un processo evolutivo, nel secondo capitolo della trilogia, intitolato Manikins, compaiono più elementi: le cromie si saturano leggermente, l’inquadratura si riempie, le dinamiche cambiano. Campeggia pur sempre una condizione di sospensione, sebbene sia mutata la sua forma, differente e più lieve rispetto al primo progetto, mutamento che ha seguito di pari passo la catarsi dell’autrice. Ad affiancare la resistente presenza umana sulla spiaggia, “invasa” in lontananza da prepotenti costruzioni industriali, stavolta si aggiungono alcune forme geometriche – la cui presenza è delicata ma decisa – scelte e collocate nell’inquadratura in specifici punti, a supporto e protezione della presenza umana sulle rive del mare. Queste geometrie rappresentano un passo in più verso il terzo e ultimo capitolo della trilogia di Tina Cosmai, il più giocoso e liberatorio: Lùdica. È una leggerezza colorata, quella che riempie le rive di Vado Ligure, stavolta. Ma il gioco, pur essendo proprio dell’infanzia, qui mescola le parti e si presenta maturo e consapevole, sia perché quest’ultimo elemento della trilogia rappresenta la conclusione di un percorso che va ben oltre quello fotografico, sia perché le iconografie giocose scelte e sovrapposte da Tina nelle sue immagini sono frutto di un’accurata ricerca e di una lunga fase di postproduzione sugli scatti originali. La connessione fra il luogo e la mente è il filo conduttore di questa trilogia, ma per estensione possiamo dire esserlo, di tutto il sentire di Tina Cosmai, quando sceglie di esprimersi attraverso la parola – alla fine di questo libro, una sua intervista avalla il concetto – sia quando chiede alla sua amata luce di entrare nelle immagini e dar loro matericità. Tina fotografa per cercare la Bellezza, perché la poesia del genius loci s’incontri con la poesia interiore che è, grazie alle singole immagini, via via sempre più libera. Le epifanie raccolte in questo libro sono un continuo e serio ricercare, evolvere, disvelare, comprendere, approfondire, assemblare, osservare, resistere, scoprire, gioire, liberarsi. “Dov’è finito il colore del mare?” Abbiamo chiesto all’autrice. Ma il mare ha molte anime, e con esse, molti colori. Quello della ricerca interiore, profonda e struggente; quello della resistenza di ognuno di noi, inquadrato nel luogo al quale impara ad appartenere e da cui non fugge; e infine quello della gioia e della liberazione, frutto di un trascorso lungo, impegnativo e necessario. Epifanie. L’altra fisica del paesaggio di Tina Cosmai ci accompagna, mano nella mano, con fermezza in questo viaggio.

La figura del photo editor nella redazione di un giornale
Webinar di Loredana De Pace Qual è la struttura del lavoro di redazione? Di cosa si occupa il photo editor? Quali sono le molteplici funzioni del photo editor nel mondo della fotografia? Come si cercano le immagini da pubblicare? Come si ottiene un buon equilibrio di editing delle foto in pagina? Quali sono le vie della fotografia oggi? Questo webinar si propone di rispondere ad ampio raggio a queste e altre domande sul lavoro di redazione e sulla forte relazione esistente fra immagini, testo, e “spazi” di una pagina di giornale. Costo 120 euro+iva a partecipante (anche one-to-one) Durata 2 ore Per maggiori informazioni e per iscriversi, invia una mail a loredanadepace@gmail.com

NOMORE
Un libro di Raffaella Castagnoli Co-cura di Loredana De Pace SCHEDA TECNICA Testi e fotografie Raffaella Castagnoli Lingua italiano Dimensioni 18,5x26,5cm Copertina in pelle Pagine 74 Prezzo 30 euro Tiratura limitata 57 copie fatte a mano dall’autrice. Autopubblicazione Curatela di Luca Panaro e Loredana De Pace In questa vicenda, i personaggi del racconto biblico Davide e Golia giocano a ruoli invertiti. Davide è il punteruolo rosso che, piccolo parassita infestante, insidia il gigante (buono) – la palma – e vince, divorandola dall’interno. Una battaglia di rado a lieto fine che vede contrapposte fazioni ineluttabilmente divergenti, assurda per le proporzioni fra le parti, ma anche per la problematicità scientifica di questa lotta della natura contro sé stessa. L’infestazione delle palme causata dal punteruolo rosso è stata importata dalle terre di origine di questi alberi tropicali, e diffusa ovunque una palma malata sia stata piantata. Come un malessere “interiore”, l’infermità della pianta si propaga al suo interno, silenziosa e invisibile, lasciando traccia solo quando ormai è troppo tardi per porvi rimedio. La constatazione degli effetti causati da questo insistente mangiatore di palme è, insieme, punto di partenza e filo conduttore di questo libro di Raffaella Castagnoli, intitolato NOMORE. In inglese no more significa letteralmente non più, l’autrice ha scelto questa locuzione come titolo del suo libro per avere la certezza di essere chiara sin dal principio e, quindi, sapere di essere compresa immediatamente nelle sue intenzioni, necessità fondamentale per la sua sensibilità: “Questo libro non sarà un viaggio lineare”, sembra dirci col titolo, “e nemmeno facile, come non è stato per me decidere di farlo”. NOMORE al contempo trasmette tenerezza perché parla di qualcosa che... Non è più qui perché ha concluso il suo ciclo vitale, si è volontariamente nascosto alla vista e ai sentimenti o è svanito nel nulla. Come le palme quando si ammalano; come una ragazzina cresciuta ammirando il Viale delle Palme nel quartiere Nervi di Genova, quando le vede ammalarsi e ne soffre, come un genitore assente che non sa gestire l’emotività paterna, la strattona fino a dimenticarla. Un lavoro con questi presupposti non può nascere con l’illusione di essere lineare. Al contrario, è come una profonda narrazione polifonica, raccontata in prima persona dall’autrice, in cui le vicende cominciano con l’affezione verso le palme e riportano sempre a quest’affascinante specie vegetale, ma nel mentre conducono anche altrove. MEMORIA NOMORE è un libro che propone una serie di inscindibili relazioni: quella dell’uomo con un albero importato ma divenuto di casa, quella di un dialogo – visivo, olfattivo, sensoriale – instaurato da una Raffaella ragazzina con questi alti tronchi squamati, in cima dei quali le chiome fruscianti si muovono al vento accarezzando il cielo. C’è anche un’altra relazione, quella della medesima ragazzina caparbia con “un genitore”, come lo definisce asetticamente lei nel testo introduttivo di questo libro. Assente in quasi tutta la sostanza delle loro vite, e quando presente, distruttivo quasi quanto il punteruolo per le palme. Nonostante questo, l’autrice si aiuta con le immagini per fermare nella memoria alcuni tratti rossi che lo ricordano, come il rapporto intercorso con lo scrittore Ernest Hemingway di cui lei viene a sapere solo dopo la scomparsa di quel “genitore”. Sottostà a questo flusso ben costruito di passaggi fra la vita delle palme e quella dell’autrice, la sua relazione con la memoria. Scrive Raffaella, infatti, che questo libro serve a ricordare ma anche a dimenticare: un paradosso in cui crediamo perché trova riscontro nella sostanza fallace della memoria stessa. RELAZIONI SOLIDE Al significato di relazione Raffaella Castagnoli dedica molta parte della sua vita in modo dicotomico: cerca sempre quelle umane e vere, ma rifugge da qualsivoglia “palcoscenico”. Tuttavia, probabilmente non accorgendosene del tutto, riesce a imbastire alcuni legami indissolubili, anche grazie al suo modo di concepire la fotografia. Fra quelli più consolidati, l’autrice sceglie di riportarne uno nel suo libro: un’amica d’infanzia che, alla stregua del Viale delle Palme, conosce da cinque decadi. Questa importante necessità si riverbera anche nella dedica finale che riporta, scritto sottovoce: “A tutti i miei amici”. Raffaella Castagnoli concepisce assonanze visive per raccontare i capitoli della storia tenuti insieme da fili, questa volta ben visibili, che compongono un’ennesima treccia di relazioni: quella fra le fotografie contemporanee realizzate dall’autrice, e quelle datate, sovrapposte dove necessario per indicare un prima (bianconero) e un dopo (a colori). E ancora, lo “scarabocchio” grafico che Raffaella adopera per disegnare la sagoma del sempre nascosto punteruolo rosso è una costante ritmica nel libro. In un caso, addirittura, l’autrice sostituisce col disegno dell’insetto, la chioma ormai persa sulla testa nuda della palma malata. NOMORE quindi è un’unità prima scissa in piccoli riconoscibili frammenti di storie, poi ricomposta dai legami, per l’appunto, coltivati per decenni dall’autrice con persone, luoghi, visioni. Ciò che ne risulta, è un flusso continuo, graficamente ordinato, esteticamente coerente, contenutisticamente emozionante che ricalca la natura umana di chi ha vissuto e composto questo melting pot. Proprio per il dialogo serrato fra i linguaggi di cui è composto NOMORE, l’autrice evita ogni virtuosismo nelle immagini che scatta: a loro lascia il compito di documentare stralci di luoghi e situazioni in modo funzionale alla narrazione nel suo complesso. Sono fotografie essenziali, cromaticamente significative e soprattutto molto utili perché lasciano spazio all’ensemble creato con gli scatti d’infanzia in cui è anche ritratta l’autrice da bambina. La ricchezza dei contributi deriva inoltre dalle scelte progettuali: i colori di fondo, la grafica essenziale e la sovrapposizione di carta lucida e adesivi fanno di questo lavoro un diario. L’insieme di cromie, la fotografia, le scelte grafiche, la copertina senza nome (ma con una piccola palma in rilievo, segno identitario dell’autrice) sono tutti elementi che concorrono a costruire e completare l’unità poliedrica di questo libro che, sin dal principio abbiamo indicato come nodale punto di forza di NOMORE. Testo critico pubblicato come postfazione del libro NOMORE di Raffaella Castagnoli. Autopubblicazione. Per acquistare il libro: raffaellacastagnoli.it

Idea! Dieci territori per la fotografia
Mostra fotografica collettiva A cura di Loredana De Pace Poco più di un anno fa dieci autori del Circolo fotografico Fuorifuoco valle dell’Aniene si sono avventurati in un percorso di evoluzione del proprio linguaggio, dallo scatto singolo a un lavoro progettuale più articolato. Per farlo, mi hanno chiamata a realizzare un corso appositamente pensato per questa esigenza. Così è nato Idea! Corso di progettazione fotografica il cui scopo era, per l’appunto, offrire gli strumenti per pensare alle proprie immagini in forma di progetto fotografico. Ciascun partecipante nei mesi di lezioni ha imparato quindi a ragionare in funzione di un’idea progettuale per sviluppare le proprie capacità espressive partendo da un tema stabilito che, in questo caso è stato IL TERRITORIO. Le possibilità di questo argomento sono pressoché infinite, pertanto ciascun autore ha potuto declinare il tema proposto in base ai propri interessi, formulando un’idea portante che ha condotto allo sviluppo del lavoro che oggi vedete in mostra. Vediamo chi sono gli autori: Livia Piervenanzi entra in un territorio in cui gli attori cercano l’equilibrio fra il bene e il male. Lo fa attraverso due figure – il maestro di tai chi e il suo allievo – che si muovono in una danza di rispetto e contrapposizioni. Francesca Dini attraversa se stessa fotografandosi per prendere confidenza prima con un territorio interiore e poi con uno circostante, partendo dalle confortanti mura di casa propria per poi sconfinare per le strade del suo quartiere. Antonio Perrone ripercorre il tragitto del prezioso travertino romano fotografando i luoghi dai quali si estrae e la materia di cui è composto. Barbara Sabbi fotografa i propri territori onirici dall’incubo dell’inquietudine alla ricerca e al ritrovamento catartico del sé. Franco Orlando documenta il lavoro di un pittore di strada nella città di Tivoli, facendoci assistere alla nascita di un acquerello d’autore. Alessandro Teodori presenta un territorio in profonda transizione, quello stesso luogo che dal buio torna a ricercare la luce del cambiamento, scatto dopo scatto. Andrea Leggeri riprende il più rivoluzionario dei territori, quello del caos e della gioia che solo un figlio può restituire. Luigi Malatesta realizza dei dittici nei quali la notte sfavillante dei neon delle sale giochi romane si contrappone al giorno, luminoso ma senza futuro, di grandi strutture abbandonate. Michele Pedone affianca, con ironia e intelligenza, le immagini costiere di due Paesi molto diversi fra loro, l’Irlanda e l’Italia. Giuseppe Cordella nei suoi scatti bianconero, presenta due generazioni raccolte intorno a un’arte che continua a perdurare: quella del taglio di barba e capelli. Per misurarmi con le stesse difficoltà alle quali sarebbero andati incontro i miei allievi, ho voluto affrontare con loro il progetto fotografico inquadrando anche io un’idea di territorio, quello di una casa – la mia – che cerca pace e si trasforma nel tempo per diventare altro e tornare ad essere accogliente. Ciascuno di questi territori è stato attraversato con grande serietà dagli autori coinvolti che si sono cimentati, quasi tutti per la prima volta, con un’idea progettuale. Ciò che vedete in mostra quindi, è anzitutto un atto di coraggio che ha portato ciascuno di loro al di fuori della propria comfrot zone in cui tutto è sicuro e spesso noioso. Provare a costruire una ricerca più complessa, a mio avviso, ha portato i dieci impavidi ad affrontare dei rischi, superare dei blocchi creativi, mettersi di fronte a limiti, sconfitte e tentativi, fino a conseguire un risultato di tutto rispetto. Il corso prevedeva che ciascuno imparasse a dare un’adeguata sequenza alle proprie foto, quindi questa mostra assume un significato ulteriore: infatti, non solo i progetti sono stati portati a termine, ma hanno preso forma proprio in funzione del luogo che doveva ospitare le fotografie. Non mi resta che augurare a tutti i visitatori di entrare in ciascuno di questi territori, cogliere qualcosa mostrato dagli autori e farlo diventare anche un po’ vostro.

Una ragazza senza borsa
Un libro di Gina Alessandra Sangermano A cura di Loredana De Pace SCHEDA TECNICA Categoria Fine Art Photography Dimensioni 18×18cm Numero di pagine 56 Data di pubblicazione Novembre 2015 Lingua Italiano Disponibile su Blurb https://www.blurb.com/b/6602254-una-ragazza-senza-borsa Gina Alessandra Sangermano è stata una fotografa, un’autrice vulcanica di origine calabrese, nata a Bisignano nel ’66, vissuta a Roma per molti anni e mancata nel 2007. La sua grande creatività le ha permesso di esprimersi attraverso la fotografia in primis, ma anche con altre forme d’arte, sperimentando e misurandosi sempre con nuove possibili forme espressive, dal design alla ceramica raku. Dal mondo dell’immagine, nel corso della sua vita ha preso tutto, ma ha anche dato tutto. In questo libro, che è catalogo della mostra omonima svoltasi presso l’associazione L’impronta di Cosenza nel 2015, i suoi scatti ci condurranno alla scoperta del densissimo rapporto instaurato dall’autrice con il mondo e con sé stessa, attraverso la fotografia. Questo libro raccoglie oltre venti immagini in bianconero dell’autrice calabrese e una raccolta – intima e delicata – di fotografie Polaroid, esposti come Gina aveva pensato, nelle cornici scelte da lei. Maggiori informazioni: http://ginaalessandrasangermano.blogspot.it/

EX?
Un libro di Raffaele Salvati A cura di Loredana De Pace Il catalogo della mostra EX? di Raffaele Salvati è composto da diciannove fotografie che in mostra sono presentate in grande formato in bianco e nero, sono state scattate nelle zone industriali frequentate dall’autore – che di professione fa l’ingegnere chimico – e pongono una domanda senza risposta definitiva: queste aree industriali sono state dismesse o sono ancora attive? Quindi sono EX? oppure no? Le riprese, effettuate con il suo smartphone, colgono gli aspetti caratterizzanti di questi siti industriali con le architetture e le strutture geometriche connesse a questi luoghi. Raffaele Salvati dunque ci lascia il dubbio e la possibilità di interpretare, guardando le sue fotografie, una realtà sottile e disomogenea. Questo lavoro, pur essendo nato in pochi giorni di realizzazione degli scatti, è frutto di un’analisi profonda che l’autore ha portato avanti con perizia e saggezza, ma anche con una certa naturalezza, avendo immagazzinato immagini, osservando per oltre dieci anni i luoghi che poi in poco tempo ha fotografato. Le fotografie di EX? sono state scattate nelle realtà industriali del Sud Italia e sono state presentate per la prima volta nel 2017 al festival parmense Colorno Photo Life successivamente a Taranto, sua città natale, al festival pugliese FotoArte nel maggio 2018, a Priverno, presso i Portici Comunali in una sua personale, nell’ottobre del 2018 e a Calella, in occasione del festival Festimatge (2021). Scarica il pdf per sfogliare il catalogo

Carlo Di Giacomo
Carlo di Giacomo è un fotografo Fine Art nato a Roma nel 1967.È conosciuto per i suoi lavori che esplorano la natura più intima delle cose, con una visione personale e unica che lo distingue. Per esprimere la sua arte utilizza attrezzature digitali, analogiche e Polaroid. Si occupa principalmente di landscape, micro e macro, people, urban landscape, reinterpretando i temi in modo esclusivo. La sua tecnica preferita è il mosso e si avvale principalmente del colore.
Il suo lavoro artistico è stato influenzato da fotografi come Ernst Haas, Dora Maar e William Klein. Ama la scultura e la pittura, soprattutto quella impressionista, ed ha approfondito lo studio di artisti come Giotto, Benozzo Gozzoli, Michelangelo, Rodin, Mitoraj e Monet. Ha studiato a Roma, presso l’istituto di cinematografia e televisione Rossellini, e dove ha conseguito il diploma con specializzazione in fotografia. Ha iniziato il suo percorso con tre grandi maestri della fotografia mondiale, Franco Fontana, Larry Fink e Joan Fontcuberta, che hanno decisamente contagiato la scelta dei temi trattati e il modo di fotografare. Le sue fotografie sono presenti nella collezione e negli archivi del Musèe dell’Elisèe di Losanna, selezionate da CHARLES HENRI FAVROD e nella collezione del Museo Civico di Modena ne “La raccolta fotografica di Franco Fontana”.
È stato inoltre recensito da diversi magazine del settore, tra cui Zoom, Fotocult e Fotocomputer. Realizza un progetto fotografico internazionale con relativa pubblicazione di un catalogo d’arte, insieme allo scultore Tesei, commissionato dal Vaticano, per promuovere il dialogo di pace in Israele, sponsorizzato da Sony Ericsson e Banca Intesa. POLARCHEOS Ho trovato l’ispirazione per questo progetto, osservando diverse costruzioni moderniste e manufatti, nati in alcuni quartieri di Roma nei primi anni del secolo scorso. Alcuni di questi erano stati costruiti originariamente per diventare delle fabbriche. Attualmente alcuni di questi edifici sono stati riconvertiti, mentre altri sono ancora in disuso e mantengono la loro struttura originale: un ambiente spettrale… Il percorso fotografico che ho creato è composto da una serie di immagini, che accompagnano lo spettatore in una passeggiata irreale, in una Roma poco o mai vista, con l’intento di una rilettura felliniana della città. Attraverso questo lavoro fotografico ho voluto dare una nuova vita a quegli edifici, vecchi o nuovi che fossero, inserendo a volte anche edifici storici, per creare una nuova storia e dare un nuovo valore “archeologico” a questi “spettri” ai quali i romani non fanno più caso e, dei quali tutti gli altri ignorano l’ esistenza e la stravaganza. L’unicità di questo lavoro sta nella realizzazione degli scatti in Polaroid, usando pellicole originali in bianco e nero, che successivamente ho scannerizzato per avere la possibilità di stampare in grande formato e su carta Hahnemuhle Cotton texture. POLAFLOWERS "Questo progetto trae ispirazione guardando alcuni quadri della pittura impressionista e osservando come venivano interpretate le nature morte. Ho deciso dunque di realizzare una serie d’immagini con una vecchia macchina Polaroid e con pellicole originali a colori. Successivamente ho usato uno scanner, per creare un file digitale che mi permettesse di ingrandire il formato finale dell’opera. Con questo progetto ho voluto evidenziare la bellezza delle foglie e dei fiori riprodotti, preventivamente essiccati, mostrando le loro forme e le loro caratteristiche grazie alle pellicole polaroid, che hanno reso unici questi still lifes, come se avessi usato dei colori a pastello. Questo metodo mi ha permesso d’ interpretare, a mio modo, alcune opere pittoriche della corrente impressionista, che mi hanno sempre appassionato". Informazioni sull'autore: carlodigiacomo.com

Una Ragazza Senza Borsa
Mostra di Gina Alessandra Sangermano A cura di Loredana De Pace Di solito un testo critico non si scrive parlando in prima persona, ma per Gina farò un’eccezione. Sono seduta in treno, sto viaggiando per lavoro e devo scrivere questo testo. Chiudo gli occhi e unisco le mani a mo’ di preghiera. Cerco, chiedo la concentrazione per arrivare al concetto che mi spingerà ad accendere il portatile e cominciare a scrivere. Faccio quello che si chiama brainstorming, letteralmente una tempesta del cervello, che dovrebbe condurmi al centro dell’idea. Penso a molte parole per descrivere Gina, il suo lavoro e il suo essere, tutti elementi intrecciati fra loro. Ed ecco che nel mio pensiero si avvicendano parole su parole, quasi non finisco di pensarne una che se ne accavalla un’altra, e un’altra ancora. La tempesta è in corso. Energia, grazia, concentrazione, bellezza, complicazione, complicità, depressione, luce, Calabria, terra, immagini, essere, malattia, materia, amore, camminare, vulcano, colore, bianconero, idee, riservatezza, ironia… Ecco Gina. In un vorticoso movimento di parole animate, nella mia mente si compone la sua personalità. È complessa da scoprire nella sua totalità, tanto da doverla scorgere e riconoscere pian piano: così facendo si più giungere davvero al nocciolo di lei. Sembra, infatti, che sia proprio lei a esprimere questo concetto attraverso le immagini che ha scattato: “guardatemi piano, non abbiate fretta di capirmi, tanto più ci provate, più io divento sfuggente. Quando smetterete, allora mi farò trovare”. Nelle fotografie, nei video, nelle ceramiche raku, nell’amore per gli animali, nel suo occhio tricolore, in tutte le sue azioni creative come pure in quelle semplici di tutti i giorni. I bianconeri di Gina sono una riflessione sulla materia, umana e geografica; sull’antropos con tutte le sue incertezze, le debolezze, le rughe d’espressione, i gesti naturali, quelli sociali. Nei suoi occhi e nei suoi scatti bianconero Gina interpreta la terra calabrese che vede e fotografa dappertutto; la porta con sé ovunque vada; nei suoi scatti, anche segni di un’altra geografia, quella del corpo, dei volti che tanto spesso ritrae. Fra le numerose forme espressive che Gina adoperava per vuotare la sua sacca creativa, (continuamente piena), c’era anche il video. In uno di questi, realizzato da suo marito Leo, Gina prepara un set casalingo – calabrese – per la realizzazione di una serie di ritratti alla nonna paterna. Era il 3 maggio del 1998. È in piedi, esile, concentrata, capelli corti, sguardo severo e dolce al contempo; vederla predisporre gli illuminatori e farsi aiutare dai parenti calabresi è stato rivelatorio: Gina lavorava da sola, ma si faceva aiutare, pensava ai suoi progetti nel profondo abisso della sua mente, ma desiderava condividerli con i pochi che avevano accesso al suo mondo; fotografava immergendosi nelle cose con trasporto e passione, ma contemporaneamente osservava la realtà circostante con distacco. Una ragazza senza borsa. Questo ha visto Leo nel novembre del 1987 quando per la prima volta scorse Gina che camminava nei pressi di Piazza Esedra, a Roma. “Come fa una ragazza, bella come lei, con un incedere così deciso, a non avere un accessorio così femminile? Questo è stato il segnale che mi ha condotto a lei”, racconta Leo. Una donna solida, coraggiosa, creativa, casinara come poche, fragile e forte contemporaneamente, innamorata della vita, di Leo – divenuto negli anni a seguire suo marito – e della fotografia, delle forme espressive artistiche tutte. Gina Alessandra Sangermano è stata una fotografa, un’autrice vulcanica di origine calabrese, nata a Bisignano nel ’66, vissuta a Roma per molti anni e mancata nel 2007. Dal mondo dell’immagine, nel corso della sua vita ha preso tutto, ma ha anche dato tutto. In questa esposizione i suoi scatti ci condurranno alla scoperta del densissimo rapporto instaurato dall’autrice con il mondo e con sé stessa, attraverso la fotografia. Questa mostra riporta Gina a casa sua, in Calabria. Non è la prima volta in assoluto che le opere di Gina sono presentate al pubblico, ma è sicuramente la prima volta che viene proposta in un unico corpus la sua poliedricità per mezzo delle immagini bianconero e di quelle a colori: con gli scatti bianconero, infatti, Gina ci parla della sua terra, dei volti e dei loro solchi sulla pelle. Racconta anche della sua malattia che le ha segnato il corpo con altri e più tristi solchi, portati e mostrati nelle immagini con grande dignità; narra di sé e del suo modo di guardare la vita per mezzo degli scatti formato 6x6 attraverso i quali cambia registro rispetto al 35mm (che adopera spesso), asciuga il suo linguaggio, si fa fotografa matura, sottolinea il suo esserci con pochi essenziali elementi. Complicata e sfaccettata com’era, Gina non ha trascurato il colore, che cercava attraverso le Polaroid. La mostra, quindi, dedica anche uno spazio ai pastosi cromatismi dei suoi scatti realizzati su pellicola istantanea. Le sue Polaroid saranno esposte nelle cornici scelte da lei originariamente e riprodotte appositamente per questa mostra con un nuovo editing che valorizza la produzione a colori di questa giovane autrice calabrese. BIOGRAFIA Gina Alessandra Sangermano nasce l’11 novembre 1966, a Bisignano (CS). È ultima di tre figlie. Nel paesello natale trascorre gli anni della fanciullezza, anni nei quali inizia a nutrire un forte interesse e amore per gli animali. Crescendo inizia a prendere corpo anche la parte ribelle, originale e curiosa del suo carattere, che la porta ad esplorare diverse simpatiche situazioni, combinando anche qualche candida ma bizzarra marachella. Dopo il conseguimento del diploma, decide a 19 anni di andare a studiare Psicologia all’Università La Sapienza di Roma. Gina desidera fuggire dalla Calabria… Roma è la sua seconda patria, incarna man mano le sembianze di terra adottiva. Malgrado la contrarietà iniziale dei suoi familiari, gli anni 1986-1987, sono i primi che trascorre come cittadina romana e studentessa di Psicologia, ma anche in questo contesto è presente il suo “doppio stato d’animo”: il rimpianto di aver lasciato i suoi cari e la terra natia e al contempo l’euforia per la nuova stagione di vita. È una ragazza indipendente che paga però a caro prezzo la sua emancipazione. Il 7 novembre 1987 conosce Leo Scagliarini, che diventerà poi suo marito. Nel 1993 comincia a interessarsi alla fotografia: usa la fotocamera reflex Nikon di Leo. L’anno successivo si iscrive a un corso di fotografia della durata di tre anni. Comincia a lavorare come fotografa e fa i lavori più vari: matrimoni, convegni, ritratti, book per modelle, progetti di ricerca. Frequenta un workshop con Tano D’Amico e compra l’attrezzatura per stampare in camera oscura. Nel 1996 diventa la fotografa del centro Differenza Donna. Si occupa delle foto del giornalino del centro e scatta durante gli avvenimenti e i convegni. Contemporaneamente comincia a sperimentare in camera oscura, acquista una fotocamera Pentacon 6x6. Frequenta il negozio di fotografia De Bernardis e l’associazione culturale Officine Fotografiche a Roma. Nel corso della sua attività scatterà molto in Calabria, ampia è la sua attività come ritrattista, fotografa molto anche durante i viaggi che compirà con Leo (Nepal, Katmandu e Bangladesh ecc.). Nel 1998 acquista la sua Mamiya 6x6 con la quale realizzerà i suoi progetti più maturi. Non smetterà mai di fotografare, documentarsi, visitare mostre, lavorare, provare altre forme d’arte come il design, le istallazioni, i dipinti, la produzione di oggetti d’arredo, la ceramica. Appassionata dei film sperimentali di Man Ray, lavorerà molto anche con la pellicola a sviluppo istantaneo Polaroid. Nel 2005 si ammala di tumore. Muore nel 2007.
